La manovra è legge, si lavora al "dopo"

La manovra è legge. Dopo giorni di fuoco, resistono solo le polemiche – alcune delle quali hanno fatto il loro tempo – qualche protesta dentro e fuori il Parlamento, qualche comunicato stampa dei parlamentari loquaci della sinistra e soprattutto il nodo dei sindaci. Il grosso è fatto. Il governo, dopo aver ottenuto l’ok definitivo della Camera (precedentemente era stata approvata la fiducia con 316 voti favorevoli e 302 contrari), si è messo al lavoro per il “dopo”, affrontando di petto il capitolo dello sviluppo. Continuerà a farlo con nuove consultazioni e nuovi confronti.
Ma andiamo per ordine. Ieri Silvio Berlusconi, si è recato al Quirinale per riferire sugli incontri di Strasburgo e Bruxelles. Sul tavolo del presidente della Repubblica anche le misure adottate e la loro approvazione, in tempi record, con l’uso della fiducia. La sensazione è che il governo intenda aprire subito la fase due: quella dello sviluppo, già annunciata negli scorsi giorni dal ministro dell’Economia, Giulio Tremonti. Ieri sera, appena terminata la votazione, il Consiglio dei ministri è stato convocato alla Camera per approvare la nota di variazione al bilancio, ma già questa mattina i banchieri dell’Abi e il vertice di Confindustria saranno a consulto a Via XX Settembre, per cercare di mettere a punto le prime proposte per sostenere la crescita e affiancare così, con lo sviluppo, le ricadute della manovra appena approvata. Si lavora già al dopo. «Puntiamo al rigore ma anche alla crescita», ha sottolineato il ministro dello Sviluppo economico, Paolo Romani, che ha annunciato per i prossimi giorni l’insediamento di «appositi tavoli di consultazione». Tutti sono consapevoli che, se l’economia non tornerà a crescere, uscire dalla crisi sarà parecchio difficile. L’aumento delle imposte (il 67 per cento circa delle manovre varate quest’estate), diminuisce infatti le risorse disponibili per investimenti e consumi e rischia di trascinare il Paese, che già cresce pochissimo, in recessione, con conseguente caduta delle entrate.
La Cgia di Mestre fa qualche conto e riferisce che gli effetti congiunti dei provvedimenti di luglio e di Ferragosto ammontano, nel quadriennio 2011-2014, a circa 5.700 euro per ogni famiglia, con un risultato complessivo, secondo il sottosegretario Alberto Giorgetti, di 140 miliardi e il raggiungimento del pareggio di bilancio nel 2013. In questo contesto la delega fiscale e le misure collegate in materia di assistenza e di deduzioni assumono un’importanza certamente non secondaria, per restituire equità al fisco, dare la caccia agli evasori, tutelare le famiglie numerose e meno abbienti. Sullo sfondo c’è la voragine del debito pubblico: 1.911 miliardi di euro da finanziare, secondo gli ultimi dati della Banca d’Italia. Per il pagamento degli interessi lo Stato sborsa ogni anno circa 70 miliardi di euro, che potrebbero aumentare moltissimo se l’attuale attacco ai Btp sui mercati dovesse continuare e se Tremonti, per trovare degli acquirenti, fosse costretto a perserverare nell’atteggiamento di martedì scorso quando i tassi delle cedole sono saliti notevolmente.
 Il disco verde ai provvedimenti, comunque, mette altro fieno in cascina, ma non mette la parola fine alle polemiche. «Non risolve i problemi dell’Italia – dice Emma Marcegaglia, presidente di Confindustria – tornare a crescere è essenziale è questa manovra non ha nulla per tornare a crescere». Le proposte? «Fare i tagli dove necessario – afferma la presidente degli industriali – abbassare l’Irpef sui lavoratori e l’Irap sulle imprese, perché se la pressione fiscale resta questa noi non possiamo competere. Al limite si può alzare l’Iva e varare la tassa sui patrimoni. Noi – aggiunge Marcegaglia – non ci mettiamo di traverso su nulla». Non tornano indietro nelle loro considerazioni neppure i rappresentanti degli enti locali: Comuni, Province e Regioni. Oggi lo sciopero dei sindaci e la protesta a Roma, indetta da Anci, Upi e Conferenza delle Regioni contro i tagli «che – si sostiene – produrranno una drastica riduzione dei servizi essenziali ai cittadini che saranno compromessi in maniera irreparabile, sia per quanto riguarda la quantità, sia per quanto attiene alla qualità».
E l’abolizione delle Province? Per Simone Bezzini, presidente della Provincia di Siena è un «grande Bluff. Un pasticcio istituzionale che rischia di marginalizzare i territori, togliendo un interlocutore credibile a cittadini e imprese». Anche le associazioni dei consumatori annunciano che saranno in piazza. E la Cgil fa sapere di considerarsi tuttora in trincea. Dopo uno sciopero generale e il tentativo fallito di far ritirare l’articolo 8 della manovra, al cui interno c’è la deroga al divieto di licenziare contenuto nell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, la segretaria generale Susanna Camusso annuncia che la novità sarà messa a dura prova dall’apertura in tutte le fabbriche di un pesante contenzioso su questo argomento. Sergio Marchionne, invece, plaude all’iniziativa di Sacconi e dice che in questo modo agli industriali vengono restituite alcune certezze non secondarie nella possibilità di gestire la produzione nelle aziende. Tutto ok? Non proprio. La Marcegaglia è convinta che «abbiamo le risorse per uscire dall’attuale situazione». Poi chiede una cura da cavallo: riforma delle pensioni, meno spesa, lotta all’evasione, tagli ai costi della politica. Troppo? Forse. Meglio così che una manovra al mese.