La finanza? sì, ma pensiamo soprattutto all’economia

Nel difficile frangente di una crisi epocale, che ha reso necessaria una manovra-bis e nel desolante quadro offerto dall’Italia, dove ogni giorno va in scena una nuova puntata del dramma autolesionista intitolato “tutti contro tutti”, sta passando in secondo piano l’economia reale. È vero, anche l’Ugl, da queste colonne ha criticato aspramente la manovra finanziaria e non poteva farne a meno perché è iniqua e incide pesantemente su lavoratori e pensionati, ma ora è doveroso rendere conto di quello che sta accadendo nelle fabbriche italiane, perché ormai la Cina l’abbiamo già dentro casa ed è interessata più alle nostre industrie che ai nostri titoli poliennali di Stato. Evidentemente  il Paese non è da buttare via, se n’è accorta persino la Francia. Notizie negative e positive si alternano e, da sindacalista, è molto difficile fare un bilancio asettico della situazione perché, dall’Auto ai Trasporti fino anche alle Telecomunicazioni, quindi in settori assolutamente strategici per il Paese che occupano decine di migliaia di persone, stanno avvenendo mutamenti rilevanti in un contesto di grande incertezza.
In Campania finalmente sta diventando realtà la realizzazione della Nuova Panda a Pomigliano d’Arco, anche se qualcuno ha fatto di tutto per evitare che circa 5000 dipendenti più l’indotto tornassero a lavorare e ha fortemente ritardato per via giudiziaria la concretizzazione di un investimento pari a 700 milioni di euro. Avremmo voluto pubblicamente esultare, visto che sull’accordo abbiamo messo la nostra firma avallata dal referendum tra i lavoratori, ma non abbiamo potuto perché il futuro è ancora incerto per lo stabilimento torinese di Mirafiori, dove ancora non è chiara la missione produttiva, mentre per i lavoratori continua la cassa integrazione straordinaria. C’è da ammettere che su questi due stabilimenti, come su quello di Grugliasco ovvero delle ex Officine Bertone, le vicende industriali sono intimamente legate a quelle giudiziarie. Ricordiamo la sentenza del giudice del lavoro di Torino che ha respinto l’accusa di illegittimità contro l’accordo di Pomigliano (dal quale discendono anche quelli di Mirafiori e Grugliasco) ma non ha portato sufficiente chiarezza e serenità all’azienda, che ha chiesto a Confindustria precise garanzie per poter dare seguito ai suoi investimenti. In alternativa potrebbe decidere nel 2012 di uscire totalmente dal sistema della più importante associazione delle grandi imprese italiane, e a quel punto non ce ne sarà più per nessuno.
Da non dimenticare anche l’accordo interconfederale del 28 giugno, firmato da tutte le maggiori associazioni di lavoratori e imprese, con il quale è stata assegnata validità e slancio agli accordi aziendali e alle deroghe in essi eventualmente contenute; una base solida per il presente e per il futuro, ma non per il passato. L’accordo recepito quasi integralmente nella manovra-bis, ovvero nel famigerato articolo 8 dove in più si consentono deroghe nei contratti di “prossimità” (aziendali) alle norme sui licenziamenti, si trova al centro di un fuorviante dibattito politico-sindacale. Per l’Ugl non è quella la misura più dannosa per i lavoratori contenuta nella manovra ed è facilmente superabile dal momento che un sindacato confederale e rappresentativo non potrà mai mettere la propria firma su un accordo che contenga una simile deroga. In ogni caso, è intervenuto un odg bipartisan in materia che può contribuire a rasserenare il clima su una materia, le deroghe e i licenziamenti, che non portano alcun vantaggio alle casse dello Stato e gettano nel panico i lavoratori. Dobbiamo esprimere inoltre i nostri timori per il futuro di Termini Imerese, fabbrica in via di chiusura entro dicembre, per la cui riqualificazione è prevista la realizzazione di studi televisivi, di una piattaforma logistica per la grande distribuzione, di laboratori medicali, di un progetto sulle biomasse e di un’azienda dell’automotive (DR Motor). Cinque progetti per cinque aziende, selezionate dal ministero dello Sviluppo economico e dalla Regione Sicilia con Invitalia, che a regime dovrebbero dare lavoro a circa 1.500 addetti. Ma non sono sufficienti perché i dipendenti diretti di Termini Imerese, cioè senza calcolare l’indotto, sono più di 2000.
Un ciclone si sta abbattendo anche sui Trasporti che, stranamente, non fanno notizia. La vicenda Irisbus, unica azienda in Italia a produrre mezzi per il trasporto pubblico locale, è allarmante, perché Fiat ha ribadito di essere determinata a cederla. L’unico acquirente interessato, DR Moror, ha deciso di ritirarsi dalla partita dopo aver ricevuto una tiepida accoglienza dalla maggioranza dei sindacati e dei lavoratori. Non da parte nostra, però, che fin dall’inizio abbiamo riferito – anzi l’ho fatto personalmente nel corso di un’assemblea e di altri incontri con i lavoratori – quale fosse la realtà e quali le prospettive, con grande franchezza e onestà. Il Paese non può accettare la chiusura di Irisbus non solo perché rappresenterebbe uno sciagurato danno per il territorio irpino ma anche perché equivarrebbe a una pesante perdita per l’intero Paese. Quando gli enti locali potranno-vorranno rinnovare il parco dei mezzi adibiti al trasporto pubblico locale, senza Irisbus saranno costretti a rivolgersi all’estero, in primis alla Francia, con tutti gli svantaggi economici conseguenti.
Così come l’Ansaldo Breda storica e unica fabbrica a realizzare treni in Italia è stata definita poco più di un mese fa dall’amministratore delegato di Finmeccanica non strategica. Sì, avete capito bene, non strategica, prefigurando un’eventuale cessione se entro la fine dell’anno non dovesse tornare a essere remunerativa. Noi l’allarme l’abbiamo lanciato, perché sono altre le attività di cui Finmeccanica potrebbe liberarsi, e non siamo lontani dal vero se persino Mauro Moretti, amministratore di Ferrovie dello Stato, ha detto che Ansaldo Breda ha un portafoglio di ordini enorme e che può riuscire a venir fuori dalla crisi, ricordando come in altri Paesi si fa in modo di avvantaggiare l’industria locale, augurandosi che non venga persa la filiera industriale in Italia.
Responsabilità, realismo, solidarietà e unità sindacale: sono queste la linee guida che l’Ugl si è prefissata e che segue nei suoi giudizi e nelle sue azioni. Sarebbe bello se fosse così per tutti. Nessuno di noi infatti ha contestato la necessità di ricorrere al rigore nei conti pubblici – anzi è un peccato che solo ora si sia iniziato a farlo –, quello che contestiamo è l’iniquità, la sproporzionata distribuzione dei sacrifici che discende dal “male originario” del nostro sistema ovvero l’evasione fiscale e la difesa di prerogative e privilegi dal sapore molto antico. Allo stesso modo, nel corso di una vertenza non difendiamo semplicemente il lavoro o il salario, difendiamo lavoro e produzioni perché sono intimamente legate. Non c’è salvezza né garanzia per l’occupazione quando si perde un’intera filiera produttiva. Una strategia sempre valida che si può mettere in atto con chiarezza ed onestà, stando sempre al fianco dei lavoratori e senza mettere a repentaglio diritti e interessi, e lo si può fare ancora meglio se il principio ispiratore è il bene del Paese. Il resto dovrebbero farlo i governi decidendo dove indirizzare risorse, quali siano i settori strategici, quali le misure di protezione da adottare. È questa l’unica via di uscita, in particolare in questo momento storico in cui non è possibile trovare vie d’uscita da soli, in cui attaccando una parte si rischia di far crollare il tutto. Invece ogni giorno ci si divide e ci si suddivide, si cambia più volte idea, si crea ad arte una tempesta che rende incomprensibile e non appetibile il nostro Paese agli stessi italiani e agli stranieri, mentre mettiamo a repentaglio, rischiando di far sparire interi settori produttivi. Non c’è solo la finanza da difendere, abbiamo pezzi di economia reale da salvare.
* Segretario generale Ugl