La beffa del “made in Italy” un po’ turco

In tempo di bufere finanziarie, terremoti sui mercati e sciacalli che volano radenti sul nostro Paese, fa piacere leggere che l’eccellenza industriale italiana si fa onore nel mondo molto più dei nostri Bpt. È il caso della Pirelli, settore pneumatici, che da quest’anno è stata scelta come fornitrice unica delle scuderie di Formula 1. Il compito della casa italiana, paradossalmente, è fornire ai bolidi gomme che si deteriorino il prima possibile, per rendere più avvincenti le corse. Una strana  ricerca dell’eccellenza “a perdere”, ma indubbiamente premiante per il gruppo di Tronchetti Provera. Tutto questo, alla vigilia del Gran Premio d’Italia, lo spiega molto bene un servizio di “Sette”, l’inserto del Corriere della Sera, con interviste ai vertici dell’azienda della Bicocca e ampi resoconti sull’altissimo livello tecnologico che si sviluppa in Italia. L’amara sopresa, per chi non è del tutto addentro alle vicende industriali italiane, è stato però scoprire che se i cervelli della Pirelli sono tutti concentrati a Milano, l’eccellenza della manodopera è altrove: a Izmit, che non è in provincia di Monza, ma di Istanbul. Qui Tronchetti Provera ha delocalizzato il suo fiore all’occhiello, la produzione delle super-gomme, affidandola a duecento giovani operai turchi. Che costano meno, molto meno, ovviamente. Il trend delle delocalizzazioni delle grandi aziende italiane (da Geox, a Bialetti, a Stefanel, a Calzedonia, per non parlare della Fiat) verso Paesi dove la garanzie sindacali e il carico contributivo e salariale è bassissimo, negli ultimi anni s’è fatto inarrestabile. Un dato che andrebbe forse approfondito da parte di Confindustria. Quando c’è da tuonare sul sistema-Paese e sulla necessità di unirsi per l’interesse “nazionale”, gli industriali poco o nulla concedono all’autocritica. Ma si pavoneggiano molto quando c’è da vantarsi del “made in Italy”, seppur in salsa turca.