Innocenti evasioni: il furbo è bipartisan e ha sempre alibi

L’evasione siamo noi, attenzione, nessuno si senta escluso: De Gregori la farebbe così, se volesse riadattare la sua celebre canzone sulla storia d’Italia alla manovra anti-furbetti che sta partorendo il governo di centrodestra. Qualsiasi riferimento a persone, cose o categorie particolari, quando si parla di tasse non pagate, non può che essere puramente casuale: oggi sarebbe ipocrita o clamorosamente infondato attribuire la “patente” di evasore sulla sola base di una connotazione sociale o politica. In Italia si evade un po’ alla volta, un po’ tutti, o quasi, chi più chi meno, tutti rigorosamente con un alibi di ferro. Eppure anche in questi giorni qualcuno, a sinistra, ha riprovato ad etichettare l’elettorato di centrodestra come quello che in fin dei conti, tendenzialmente, per un fatto quasi genetico o peggio ancora, culturale, è incline a sposare la causa dei furbetti del “740”, magari incentivato dai messaggi subliminari che il premier, quando tuona contro l’eccessivo carico fiscale, lancerebbe al popolo dei contribuenti recalcitranti. In questa chiave di lettura il governo Berlusconi starebbe tradendo i propri sostenitori con provvedimenti all’insegna della legalità, come se una metà del Paese, quello che non vota a sinistra, pensasse solo ai propri interessi privati e provasse rabbia e delusione per un premier che decide di intralciare i manovratori dell’evasione.
Teorema semplice ma strumentale, perché in Italia qualsiasi campagna contro l’evasione fiscale è destinata a colpire in maniera trasversale, dal punto di vista politico, e in modo orizzontale per quando riguarda l’impatto sociale.

Innocenti evasioni
“Lasci stare, a me non serve…”. La ricevuta fantasma del medico, quella del tassista, la baby sitter che lavora a nero, il banchiere che intesta barche a società off shore, il cantante che apre conti a San Marino, chi bara sugli incassi in negozio, chi contesta gli studi di settore col rischio di soccombere a un accertamento, chi fattura troppo, chi nulla, chi evade poco, chi tanto, chi solo il canone Rai, chi paga quello ma bluffa sulla seconda casa, e via così: c’è di tutto nel regno invisibile delle innocenti evasioni. I grandi evasori, quelli per i quali si apriranno le porte della galere, secondo quanto promesso da Tremonti, in Italia fanno certamente la parte del leone, ma sono tanti i rivoli in cui si disperde il fenomeno del fisco beffato. A tutti i livelli chi può non manca di fregare l’erario e tutti, ma proprio tutti, un alibi per autoassolversi lo trovano sempre. Non è una questione politica, dunque, ma di mentalità, che spesso porta a considerare lo Stato come un nemico, e forse in alcuni casi a ragione, soprattutto se si considera il livello di pressione fiscale, diretto e indiretto, che in Italia grava sui contribuenti: un peso enorme, sia nel settore privato, dove però i margini di evasione sono più alti, che nel pubblico, dove invece è l’imposizione alla fonte inchioda il reddito dei travet.

Un valore inestimabile
Il tesoretto dell’evasione è enorme, ecco perché nessuno riesce a scovarlo: nel 2010 gli italiani hanno evaso mediamente il 13,5% del reddito dichiarato, cioè 2.093 euro a contribuente. Non tutti però evadono nella stessa misura. Al centro il margine è di 2.936 euro, pari al 17,4%; al Nord di 2.532 euro, pari al 14,5%. Più basso al Sud: si attesta al 7,9%, pari a 950 euro di redditi Irpef evasi a testa. L’evasione fiscale è concentrata soprattutto su lavoratori autonomi e imprenditori e su proprietari di immobili dati in affitto l’evasione fiscale. Gli autonomi-imprenditori dichiarano il 56,3% in meno, nascondendo al fisco ben 15.222 euro a testa, e i proprietari di immobili l’83,7%, pari a 17.824 euro pro-capite. I pensionati invece versano il 7,7% in più. Il grosso del sommerso proviene dal lavoro non regolare che in Italia si aggira intorno al 37%. La quota maggiore di nero si cela nei settori agricolo e industriale. I lavoratori irregolari, secondo dati del 2009, si aggirano intorno ai 3 milioni. Anche quella è evasione, senza patente politica e senza collocazione sociale.

La “patente” di evasore
In queste ore di discussioni accese sulle misure anti-evasione, si assiste a un curioso balletto di dichiarazioni paradossali, soprattutto a sinistra. C’è chi accusa il governo di misure troppo light, senza spiegare perché non le abbiano fatte loro più hard quando erano al governo. Altri, come Bersani, dicono che sono giuste ma che non vedranno mai realmente la luce. Poi c’è l’ex ministro delle Finanze dei governi Prodi, Vincenzo Visco, considerato una sorta di vampiro dal centrodestra: oggi lui si vanta di aver pensato qualche anno fa ciò che propone Tremonti. Il quale, ovviamente, sbaglia nella loro applicazione, a giudizio di Visco, che si guarda bene dall’applaudire il collega. La sensazione è che quando si passa al dunque, quando c’è da fare sul serio, il partito trasversale dei “tolleranti” riemerga lentamente come un fiume carsico. Perfino un partito come l’Idv, invece di applaudire Tremonti ieri commentava con disgusto i provvedimenti del governo. Per non parlare di Confindustria, che da anni si riempie la bocca sulla necessità di riforme strutturali in tema di fisco, ma al dunque, quando c’è da commentare il pacchetto anti-evasione del governo, si ribella immediatamente: «Siamo sconcertati per le misure di contrasto all’evasione fiscale previste nell’emendamento presentato dal governo», è il giudizio. Come al solito, ci vorrebbe ben altro… «Le misure presentate risentono però della fretta e dell’approssimazione con cui è stato predisposto l’emendamento, non sono coerenti anche sul piano tecnico e dovranno necessariamente essere riviste». Infine, la Ue. Anche da questo fronte, poche soddisfazioni. Anzi. La lotta all’evasione non piace perché non garantisce risorse certe. E ti pareva.