Il teatro “cammina” anche all’interno di Rebibbia

Il teatro diventa un’opportunità di riscatto. Una possibilità per tanti detenuti di reinventarsi e scommettere nuovamente su se stessi. Nel penitenziario romano di Rebibbia, visitato ieri dal sottosegretario alla Giustizia Maria Elisabetta Alberti Casellati, il teatro è “sbarcato” nel 2001. A far nascere la passione per il palcoscenico sono stati alcuni reclusi, tra i quali Salvatore Striano e Giovanni Arcuri, che hanno dato vita alla compagnia “Liberi artisti associati”, guidata dal 2003 dal regista Fabio Cavalli. Detenuti che hanno vinto la loro sfida con il destino. Basti pensare che il napoletano Salvatore Striano, in galera per camorra, e fuori per l’indulto, è diventato un attore vero e proprio interpretando Gomorra. E ora ha appena finito di girare, diretto dai fratelli Taviani, il film Dalle sbarre al palcoscenico. «Per tre mesi – evidenzia – sono tornato in prigione. Ma soltanto per le riprese del film». Raccontando la sua esperienza, Striano spiega che «il teatro per me è stato un modo per mettermi in gioco. È stato come aprire una porta e iniziare una nuova strada». Un’esperienza alla quale continua a collaborare anche Arcuri che, ancora detenuto per quattro anni mezzo, svolge in pieno la sua attività di attore tra le mura del carcere. Su circa 1.700 detenuti il teatro di Rebibbia coinvolge circa cento persone. E i progetti non mancano.
Il sottosegretario Casellati durante la visita ha toccato con mano l’esperienza della compagnia teatrale e ha trovato molto interessante l’esperimento teatrale che dal 2001 offre ai detenuti di Rebibbia un’esperienza formativa utile anche per il futuro. Questo teatro, ci ha spiegato, «è particolare perché qui si scoprono talenti ma soprattutto si fa un percorso nuovo e diverso di riabilitazione. Le storie di Striano e di Arcuri sono due esempi concreti di come il carcere possa creare le premesse per restituire alla società persone riabilitate. Uno ha già scontato la sua pena, è uscito dal carcere e sta avendo molto successo con numerosi programmi televisivi. L’altro – ha continuato Casellati – sta ancora scontando la sua pena. Però sta facendo lezioni di teatro e spera, una volta uscito, di proseguire in questa attività straordinaria». Per il sottosegretario, «è giusto che uno paghi il proprio debito nei confronti dello Stato, ma è giusto anche che in carcere si avviino tutte quelle attività che possano, per così dire, aprire alla speranza. E cioè dare la possibilità al detenuto di fare una sorta di ripensamento sul suo percorso di vita. E avere, una volta uscito, una prospettiva diversa. Del resto – ha proseguito Casellati – la riabilitazione è uno degli elementi che prevede la nostra Costituzione: è importante dal punto di vista personale, relazionale e sociale perché chi esce da qui con un lavoro, anche in termini di sicurezza, dà garanzie alla gente di reinserirsi a pieno titolo nella società. Io – ha concluso ancora –  che giro molto le carceri mi sono resa conto che il tema della riabilitazione è molto importante. È vero che c’è il sovraffollamento, ma è altrettanto importante che i detenuti occupino molto più tempo  al di fuori delle celle per attività di formazione e istruzione che serviranno a prepararli per il dopo carcere. Non c’è solo l’esempio di Rebibbia, in Italia abbiamo altre belle esperienze, come quella maturata alla Giudecca in cui le donne studiano per diventare stiliste, a Padova dove c’è una pasticceria che ha vinto premi importanti, a Busto Arstizio c’è una Cioccolateria che ha ricevuto premi a livello europeo e ad Opera a Milano i detenuti intagliano i violini. Sono esperienze straordinarie… ».