Il presidente, il prendisole e le fucilazioni

È nato nell’anno in cui abbiamo vinto una guerra, ma c’è mancato poco che beccasse il giorno in cui abbiamo deciso, in un altro conflitto, di perdere anche la faccia. Sono infatti passati 93 anni da quel 9 settembre 1918 in cui, a Novara, vedeva la luce Oscar Luigi Scalfaro. Una personalità per molti versi rappresentativa di una certa Italia. Quale? Giudicate voi.

C’è giuramento e giuramento…
Siamo a Padova, è il 1994. Il primo governo Berlusconi, così pieno di “fasci” da far tremare i commissari politici dell’Europa unita, si è insediato da poco e poco dopo cadrà. Il Presidente della Repubblica – che da due anni è, appunto, il buon Scalfaro – celebra la Resistenza anche per rassicurare gli osservatori esteri (hai visto mai che si faccia brutta figura nei salotti…). «Se si vuole un’Italia libera, stimata e forte nei valori dello spirito ci vuole un nuovo sacro giuramento per la democrazia, la pace, la libertà dell’uomo, l’unità», tuona il Capo dello Stato. La tirata d’orecchie al Cavaliere è chiara ma le parole scelte sono infelici. Insomma, se si parla di antifascismo non dovrebbe pronunciare il termine “giuramento” un campione di democrazia che pure, a suo tempo, fu magistrato militare fascista con tanto di giuramento al Duce. D’accordo, un peccatuccio veniale, a quei tempi, si sa, funzionava così e il giuramento a Mussolini era parte del rituale d’obbligo. Certo, sarebbe stato carino, in seguito, evitare di essere in prima linea anche nei tribunali dell’epurazione antifascisti. Ma la coerenza, in casa Scalfaro, non è mai stata una priorità. Il Presidente emerito, infatti, discende da un’antica famiglia baronale calabrese. Il titolo nobiliare fu concesso il 2 giugno 1814 dal re Gioacchino Murat a Raffaele Luigi Scalfaro. Solo un anno dopo, tuttavia, il sovrano finirà sul patibolo. E chi troviamo nel consiglio di guerra che decreterà la sentenza? Ma sì, lui, il neobarone Scalfaro. Dura lex sed lex.

Condanna a morte con sermone

Le arrampicate ottocentesche degli Scalfaro, tuttavia, saranno solo un amaro presagio di quanto vedremo con il nostro affezionatissimo. Nel 1945, l’Oscar Luigi – che avevamo lasciato nell’atto di diventare giudice nel nome di Sua Eccellenza – fa infatti parte del Tribunale d’ emergenza di Novara, «un tribunale militare di partigiani» secondo la stessa definizione di Scalfaro. Ed è proprio lui a condannare a morte per «collaborazione con il tedesco invasore» sei fascisti o presunti tali: l’ex prefetto di Novara Enrico Vezzalini e i militi Arturo Missiato, Domenico Ricci, Salvatore Santoro, Giovanni Zeno e Raffaele Infante. Il giornalista Pierangelo Maurizio riuscì a recuperare in un archivio di Torino la sentenza. Vi si legge che il brigadiere Ricci «insieme al Missiato costituì l’anima della Squadraccia, della quale, poi, pare abbia assunto il comando ufficiale allo scioglimento di essa». Finezze della giurisprudenza antifascista: si può mandare a morte uno perché «pare» (sic!) che abbia comandato una squadra… disciolta. Interessante ricordare come il magistrato Scalfaro abitasse nella stessa palazzina di quella famiglia Ricci il cui capofamiglia morì fucilato (o meglio: linciato da un gruppo di donne dopo essere sopravvissuto a un maldestro plotone d’esecuzione). Anni dopo, la figlia dell’uomo racconterà: «Ho scritto a Scalfaro per sapere se mio padre era colpevole o innocente… Scalfaro una mattina presto mi telefona, un sabato o una domenica, due parole: stia tranquilla perché suo padre dal Paradiso pregherà per lei. Tutto qua… questa è la spiegazione». Prima di mandare a morte i sei, comunque, Scalfaro si assicurò di pregare per tutta la notte insieme ai poveracci destinati a crepare per la sua condanna. Quando si dice accanirsi sulle vittime…

Sopravvissuti e sopravviventi
Ma c’è anche chi al giudice Scalfaro e alle sue sentenze capitali con sermone è riuscito a sopravvivere. Si tratta di Aimone Finestra, storico sindaco missino di Latina e già senatore sempre nelle file del partito almirantiano. Da giovane, per aver combattuto nei ranghi della Repubblica sociale, si trovò nei guai dopo la fine della guerra. Il pm, nel tribunale speciale che gli toccò in sorte, era proprio il futuro inquilino del Quirinale. Per Finestra una vicenda impossibile da dimenticare ancora oggi. «Fortunatamente – racconta la voce storica della destra pontina – non mi giudicò lui, alla fine. Scalfaro aveva chiesto la condanna a morte per me. Aveva partecipato all’istruttoria quando ero latitante. Durante il processo, per fortuna Scalfaro fu chiamato a Roma». Insomma, un incontro solo sfiorato. Per fortuna dell’imputato. I due, tuttavia, si incontreranno anni dopo: «Ci parlammo – racconta Finestra – quando io divenni senatore. Lui rimase meravigliato di vedermi, ma mi riconobbe subito. “Lei è il capitano Finestra?”, mi chiese. “Sono io”. “Mi ricordo di te, hai passato momenti terribili…”, mi rispose lui. Al che io replicai: “Vezzalini [l’ex prefetto di Novara condannato a morte da Scalfaro – ndr] ne ha passati di peggiori”. Ricordo che a questa risposta lui trasalì. Ma devo dire – continua l’ex senatore missino – che era passato tanto tempo da quei fatti, non c’era astio tra noi. Con me Scalfaro è sempre stato molto cortese in ogni incontro».

Scalfaro, Totò e il prendisole
Educato, in effetti, Scalfaro lo è sempre stato. Educatissimo. Forse un pochino rigido. Diciamo bacchettone. È rimasta famosa, a tal proposito, la reazione sdegnata dell’allora giovane sottosegretario che, nel 1950, aggredì verbalmente la signora Edith Toussan, colpevole di portare le spalle scoperte in un ristorante. Per il morigerato militante dell’Azione cattolica e rampante politico democristiano era troppo. Complice la militanza nel Msi della signora (ma che aveva, il giovane Scalfaro, un radar antifascio?) e l’ipersensibilità dell’italietta bigotta dell’epoca, il caso fece molto rumore. Il sottosegretario ricevette anche tre sfide a duello: del padre e del marito dell’insultata e della stessa Edith. Trincerandosi dietro la fede, Scalfaro rifiutò prontamente. E qui, per non farci mancare nulla, intervenne anche Totò. «La motivazione del rifiuto di battersi da Lei adottata, cioè quella dei princìpi cristiani – scrisse il principe De Curtis in una lettera aperta – ammetterà che è speciosa e infondata. Il sentimento cristiano, prima di essere da Lei invocato per sottrarsi a un dovere che è patrimonio comune di tutti i gentiluomini, avrebbe dovuto impedire a Lei e ai Suoi Amici di fare apprezzamenti sulla persona di una Signora rispettabilissima. Abusi del genere comportano l’obbligo di assumerne le conseguenze, specialmente per uomini responsabili, i quali hanno la discutibile prerogativa di essere segnalati all’attenzione pubblica, per ogni loro atto». Hai capito il principe. Ma non è tutto. La missiva continuava: «Non si pretende da Lei, dopo il rifiuto di battersi, una maggiore sensibilità, ma si ha il diritto di esigere che in incidenti del genere, le persone alle quali il sentimento della responsabilità morale e cavalleresca è ignoto, abbiano almeno il pudore di sottrarsi al giudizio degli uomini, ai quali questi sentimenti e il coraggio civile dicono ancora qualcosa». Colpito e affondato.

Lui no, “non ci stava”
Ma gli anni passavano, l’Italia cambiava e quella storiaccia scivolò nel dimenticatoio. Scalfaro visse la prima repubblica alternando periodi nell’anonimato ad altri più in vista. Poi l’accelerata inaspettata: il 25 maggio 1992 viene eletto Capo dello Stato con i voti dei democristiani, dei socialisti, dei socialdemocratici, dei liberali, del Pds, dei Verdi, dei Radicali e della Rete. È un outsider, si pensa di basso profilo. Invece si rivelerà spigoloso come pochi. Coinvolto in una storia di presunti fondi neri dal Sisde relativi al suo periodo al Viminale, irromperà in televisione per dire «Non ci sto» ai magistrati. Nessuno, tuttavia, lo insultò per strada urlandogli di farsi processare. Se la cavò grazie all’articolo 90 della Costituzione: «il Presidente della Repubblica non è responsabile degli atti compiuti nell’esercizio delle sue funzioni, tranne che per alto tradimento o per attentato alla Costituzione». Le accuse, in verità, non avevano nulla a che fare con «l’esercizio delle funzioni» del Capo dello Stato. Ma la cosa passò senza fare troppo rumore. Il Fatto quotidiano, all’epoca, non era ancora nato.