«Il leaderismo lo inventammo noi socialisti…»

«Non va mai dimenticato che la Seconda repubblica ha visto come vincitore proprio Berlusconi che era sceso in campo contro la partitocrazia. Poi ha riempito il vuoto a modo suo. Adesso sento risuonare le stesse sirene contro la “casta”: mi auguro davvero che arrivi qualcosa di nuovo. Anche se non sono così ottimista». Per Paolo Pillitteri, ex sindaco socialista di Milano e da anni giornalista ed osservatore politico, non c’è nulla di male se la stagione “dell’ideologia del capo” si conclude. Il problema, semmai, è scongiurare che dalla rabbia non nasca qualcosa che di politico non ha nulla «e che si chiama transizione infinita…»  

Dicono che sia finito un ciclo. Quello dei capi in politica.

Si sta chiedendo in modo naturale una stagione. Per cause tutto sommato fisiologiche, dato non ci sono cicli infiniti: per altro è un po’ il ciclo della Seconda repubblica che ruotava essenzialmente attorno alla figura di Silvio Berlusconi. Essendo un po’ al crepuscolo questa sua vicenda politica – altro discorso è il berlusconismo – è chiaro che entra in crisi un ciclo intero: non è un caso che anche il cosiddetto bipolarismo viene messo in discussione.

Se le dico questi nomi – Berlusconi, Bossi, Casini, Fini, Di Pietro – che cosa mi dice?

Hanno rappresentato il periodo successivo alla Prima repubblica. Sono tutto personaggi emblematici di questa vicenda del “capo”. A parte Casini che è davvero ancora un personaggio della Prima repubblica, figlio diretto di Forlani, del moderatismo cattolico ed è anche per questo che si salverà, che saprà fare la staffetta rispetto al crepuscolo. Gli altri – Di Pietro, Bossi con la Lega – sono uguali, strettamente congiunti. Lo stesso Pd, che ha modificato sostanzialmente se stesso rispetto a prima, diciamo che entra direttamente in questa crisi. Insomma, essendo entrato in crisi il bipolarismo entrano in crisi tutti.

Tutta colpa della legge elettorale?

Tutta no. Però non a caso chiamano “Porcellum” questo sistema. La legge ha peggiorato altri aspetti del Mattarellum, che ha rappresentato una camicia di forza per la politica, costringeva ad alleanze che sono innaturali. Questa legge ha poi tolto il diritto di scelta del cittadino: e questo credo che sia un problema costituzionalmente rilevante perché il deputato è uno che ti rappresenta, non può essere un nominato. È un bel problema uscire da tutto questo: non so che cosa provocherà adesso il referendum. Di certo è che le forse politiche si devono mettere d’accordo su una legge del genere.

Si invoca a questo punto il ritorno al partito più strutturato: la ritiene una soluzione?

Non so se sarò facile ritornare a questa concezione. Anche se è più connaturata alla nostra tradizione. Perché l’impronta che lascia Berlusconi è molto profonda: il leaderismo è ormai penetrato nella cultura politica. Non so se sia facile abolirlo, probabilmente si dovrà riuscire a temperarlo. Di certo c’è che oggi si va verso una concezione diversa del leaderismo. Si sta tendendo verso qualcosa di più collettivo, più collegiale, qualcosa che richiama il partito: questa sarà la fase nuova. Sono piuttosto scettico, però, che si arrivi in maniera semplice a questo. Temo che si vada verso una fase torbida, poco chiara. Non sono convinto che dopo tutto ciò siamo destinati meccanicamente a qualcosa di meglio.

Lei proviene da un partito “pesante”, come il Psi. Eppure di carisma Craxi come leader ne aveva da vendere. Che tipo di partito era?

Di sicuro non era il vecchio Psi. Era già stato improntato dalla figura carismatica: in questo senso credo che si possa dire che con Craxi inizia la fase leaderistica del socialismo. Un po’ come accadde in Francia con Mitterand: ciò significò la richiesta di un forte esecutivo, del presidenzialismo. E ciò pose in modo diverso l’esercizio della leadership. Ovviamente credo che sia cambiato in meglio.

Crede che con la crisi del “capo” entri in discussione anche il bipolarismo?

Il bipolarismo mi sembra un po’ in crisi. Non soltanto perché sta finendo la lunghissima parabola Berlusconi. Ma perché nella sostanza non si è mai tradotto in due poli effettivi. Penso al fatto che purtroppo si sono creati più partiti di prima, e questo ha corroso dentro il sistema: basti pensare a Prodi. Ma anche a questa maggioranza in cui c’è stata la scissione di Fini che ha dato un colpo quasi mortale al bipolarismo con la creazione del terzo polo. Quindi che sia entrato in crisi questo sistema è evidente. Che si possa trovare un rimedio veloce questo mi sembra difficile: io personalmente sono per le cose stabili, per il sistema tedesco. Che ha funzionato, però siccome dalle nostre parti le retta più dritta assomiglia a un labirinto…

Qual è il rischio di una mancata autoriforma della politica?

Ci deve essere una riforma. Ma siccome non la vedo all’orizzonte, temo che succederà qualcosa di scarsamente politico. Purtroppo la politica non si è autoriformata nemmeno con Tangentopoli, ha delegato tutto alla magistratura: e i risultati li abbiamo davanti. L’autoriforma è necessaria ma è complessa perché è anche autocritica. Può darsi che ci si arrivi ma se guardo al passato non mi viene molto ottimismo.

Questa Terza repubblica quanto avrà della prima?

Credo che avrà parecchio. Si tratta di stabilire che cosa si prende: dobbiamo decidere insomma se c’è una storia unica o se ne abbiamo tante. Se ne abbiamo una, allora si prende dal passato il meglio dalla Prima, dalla Seconda e ognuno compie anche la propria parte di autocritica. Sennò si ristagnerà in quella transizione che invece è solo occupazione del potere.