“Il caso Bce è contro la Ue. L’Italia ora è al riparo”

È il giorno dopo la bufera Bce e il tonfo delle borse che ne è seguito. Nuove incertezze si affacciano in Italia, ma Altero Matteoli, che pure non nega di essere «preoccupato», rassicura: «Abbiamo fondamenti economici forti e – spiega il ministro delle Infrastrutture – con il decreto di inizio estate, insieme con la manovra economia in discussione in Parlamento, ci siamo messi al riparo dalle difficoltà».

Ministro, allora come vanno lette le dimissioni di Stark dalla Banca centrale europea?

Come il segno che, purtroppo, ancora una volta si è dimostrato che l’Europa non è capace di lavorare all’unisono per affrontare questa crisi. E ci sarebbe molto bisogno che ciò accadesse. Credo che le dimissioni si possano inquadrare nel contesto di una Germania che ha giocato sempre, in queste settimane, un ruolo avulso dal contesto degli altri Paesi europei. Senza guadagnarci molto però, visto che la Merkel continua a inanellare sconfitte elettorali. Io non posso che auspicare che si rendano conto di questo e che si possa lavorare tutti insieme per affrontare la crisi.

Molti osservatori dicono che il tema dei temi che questa crisi porta con sé è cosa ne sarà dell’Europa. L’Unione come cambierà dopo questa fase?

Io posso dire che vedo un’Europa politica che – ripeto, purtroppo – stenta a decollare. E uso un eufemismo. La sintesi di tutto è questa.

Però, non c’è solo l’Europa. Nello stesso giorno del caso Bce, la Marcegaglia ha parlato di «Paese in pericolo» e Napolitano di «drammatica necessità di crescita». Le due affermazioni prese insieme non suonano proprio rassicuranti…

Ma si tratta di due piani diversi. Napolitano svolge il suo ruolo istituzionale, a volte anche di monito e di spinta. Può sembrare che bacchetti ora una parte ora un’altra, ma si muove nell’ambito delle sue prerogative. La Marcegaglia, per carità, nessuno le contesta il diritto di non condividere le manovre o le scelte del governo, ma mi dispiace che negli ultimi giorni si sia resa protagonista di un attacco continuo all’esecutivo tanto che ormai appare sullo stesso piano della Camusso. Non è questo quello che mi aspetto dalla rappresentante di Confindustria.

Ma non pensa che se si è creata una convergenza di questo tipo magari il governo un po’ di autocritica potrebbe farla?

Guardi, io in questi anni ho partecipato ai vertici del governo con Confindustria. E posso dire che interventi fortemente critici rispetto alle scelte che compivamo non ce n’erano, magari ci veniva chiesto di più come è normale che faccia un’organizzazione di categoria. Appena usciti da quei vertici, però, arrivavano gli attacchi.

E lei è soddisfatto della manovra?

Sa, io sono un ministro di spesa. È chiaro che avrei voluto più risorse, ma è chiaro anche che faccio parte di questo governo e che ho il dovere di lavorare con gli altri colleghi, perché il Consiglio dei ministri è un organismo collegiale. Un ministro da solo non può raggiungere un obiettivo a scapito di altri. Guardo, e non solo pensando alla manovra, a quello che abbiamo fatto per il Paese, che è aver salvaguardato il lavoro dipendente, l’interesse delle famiglie e soprattutto di quelle che hanno entrate più modeste, cercato di tutelare le piccole e medie imprese. Sono soddisfatto? Tenuto conto del contesto, per la situazione economica e finanziaria che c’è in Italia e nel mondo, sì, sono soddisfatto.

Dal punto di vista politico ritiene che si potesse gestire diversamente, meglio?

No, non credo che si sarebbe potuta gestire diversamente. Noi avevamo individuato il 2014 come data per raggiungere il pareggio di bilancio. È arrivata quella lettera della Bce che ci chiedeva di farlo entro il 2013 e in pochi giorni abbiamo dovuto inventare una manovra che ci consentisse di rispondere a questa richiesta. Tutto questo, certamente, ha portato a un dibattito, a uno scontro, a un confronto prima all’interno del governo, poi all’interno dei partiti della coalizione e poi con quelli dell’opposizione. È stato molto forte, ma a mio avviso il governo è stato capace di trovare una sintesi che consente di affrontare il problema e raggiungere l’obiettivo.

Pensa che quando la manovra sarà approvata in via definitiva le acque si calmeranno un po’?

So che l’approvazione definitiva porterà una rivoluzione: il dovere di inserire nella Costituzione l’obbligo del pareggio di bilancio. Questa è veramente una rivoluzione. Ogni tanto qualcuno scrive o dice che nella Prima Repubblica c’erano governi migliori. Per carità, io non voglio togliere meriti a nessuno, ma nella Prima Repubblica i ministri potevano spendere. I governi spendevano e il debito pubblico cresceva. Nell’attuale contesto politico non solo non si può far crescere il debito pubblico, ma addirittura si deve arrivare al pareggio di bilancio. E questo è il motivo per cui i paragoni non si possono fare.

Lei ha ricordato la lettera della Bce. L’altro giorno, proprio ad Atreju, ne ha parlato anche Berlusconi. In più, il presidente del Consiglio ha detto che per fare la riforma delle pensioni ci vorrebbe un intervento di Bruxelles, perché così si sarebbe obbligati a vincere le resistenze interne. L’Italia non è in grado, da sola, di mettere mano a problemi di questo genere?

Il punto è un altro, Berlusconi ha messo il dito nella piaga. Non è possibile affrontare il problema delle pensioni singolarmente, ogni Paese per conto suo. Dobbiamo cercare di individuare una scelta che sia unanime all’interno dell’Ue, perché non è possibile pensare che al confine tra Italia e Francia ci siano due sessantenni che hanno fatto lo stesso lavoro, ma uno va in pensione a una certa età e uno a un’altra. Bisogna che ci sia un’iniziativa a livello europeo. Poi naturalmente ogni Paese deve essere libero di compiere alcune scelte specifiche, ma la cornice dovrebbe essere la stessa per tutti e il quadro, se non altro, molto simile. Siccome l’Europa potrebbe farlo torniamo al solito punto: serve una volontà politica. Io spero che si trovi.