I ministri? Se guardi bene sono loro gli ultrà

Sotto il vestito da ministro della Repubblica batte un cuore alla Beppe Furino, storico incontrista della Vecchia Signora. Raffaele Fitto, avvocato quarantaduenne, negli anni Novanta “enfant prodige” della politica pugliese e adesso responsabile degli Affari regionali nell’esecutivo Berlusconi, non nasconde di aver mutuato la grinta che lo caratterizza nell’agone politico dall’esperienza di “rude” mediano sui campi di gioco. Di ferrea fede juventina, entra a piedi uniti su Calciopoli, «una inchiesta sbilanciata», e infine offre assist su temi cruciali come la formazione delle nuove classi dirigenti, il futuro del Pdl e il ruolo di Angelino Alfano, «un regista-rifinitore».

Ministro, parliamo di calcio e dei suoi trascorsi sui campi di gioco?

Finalmente. Mi invita a nozze.

La sua passione è nota.

Ho fatto tutta la trafila delle giovanili del Maglie fino a diciotto anni, collezionando anche venti presenze in serie D. Poi passai al Calimera, in Promozione per farmi le ossa. Ma in verità me le ruppi… Lì un infortunio ai legamenti stoppò la mia carriera.

Ha appeso le scarpette al chiodo?

No. Come potrei? Gioco ancora due volte alla settimana: il martedì a Roma nella Nazionale dei parlamentari, il sabato in Salento con gli amici di sempre.

Il suo ruolo?

Da ragazzo ero un mediano fisico, poi ho affinato un po’ la tecnica e mi piace impostare la manovra.

La domenica non è raro vederla con una sciarpa bianconera al collo.

La Juventus è il primo e grande amore. Vivo con trasporto il tifo per la Vecchia Signora. I miei figli hanno piena libertà di pensiero dal punto di vista politico… ma non sul pallone. E infatti sono rigorosamente juventini…

Le piace seguire dalla tribuna le gare della squadra del cuore?

Sì. Molte partite le ho viste negli stadi di Bari e Lecce. Poi ho fatto tante trasferte in Italia ed in Europa. Ero ad Atene nel 1983 quando perdemmo la finale di Coppa dei Campioni con l’Amburgo. Ricordo il gol di Magath al 9’ del primo tempo. Ho rivisto il giocatore tedesco, ora allenatore, in tv per un servizio sul calcio internazionale. E ho subito cambiato canale.

Il giocatore che ha più amato nella storia bianconera?

Michel Platini. Unico nel portare palla a testa alta, capace di lanci telecomandati di quaranta metri per i compagni.

Cosa pensa del nuovo corso iniziato con Antonio Conte in panchina?

Sono molto fiducioso. Lo conosco personalmente. Ci vorrà del tempo, ma ci prenderemo tante soddisfazioni.

L’allenatore bianconero può essere un simbolo di successo per i giovani meridionali?

Può rappresentare un modello di serietà: ha costruito le sue fortune sull’impegno e il sacrificio, superando tanti ostacoli e migliorandosi giorno per giorno con determinazione.

In Consiglio dei ministri è più facile trovare armonia parlando di calcio o discutendo i provvedimenti del ministro Giulio Tremonti?

Di pallone non si può davvero parlare: con tutti gli interisti e i milanisti che ci sono, immaginare convergenze sarebbe impossibile. Per fortuna c’è Altero Matteoli, uno juventino e soprattutto un punto di riferimento. Quindi ci sono meno difficoltà nel raggiungere accordi sull’economia…

Condivide la campagna di Andrea Agnelli su Calciopoli?

Quell’inchiesta fa il paio con Tangentopoli, e con le vicende giudiziarie degli ultimi anni. Le responsabilità per gli illeciti vanno perseguite, ma a volte alcune telefonate fatte da qualcuno hanno avuto una valenza, mentre altre sono state considerate irrilevanti. La Juve della Triade, in ogni caso, era la più forte sul campo. Il resto sono chiacchiere.

All’inaugurazione dell’ultima Fiera del Levante c’è stato molto fair play tra lei e Vendola…

Bisogna lavorare per costruire una forte coesione istituzionale, a prescindere dalle posizioni partitiche. Le mie partite politiche sono sempre giocate con fair play, poi a ridosso dei minuti finali l’agonismo cresce. Ci vorrebbero sempre delle regole di rispetto reciproco. Si può essere duri, ma evitando degenerazioni. Insomma, i cartellini gialli ci stanno, ma dobbiamo provare a evitare quelli rossi.

Se nel calcio ci sono i vivai per allevare talenti, in politica dove crescono le classi dirigenti del futuro?

Quando la Nazionale arranca, la colpa è della mancanza dei ricambi. I giovani che si dedicano al bene comune è importante selezionarli tra l’esperienza amministrativa e la formazione nei partiti. Poi merita attenzione l’universo del web, molto caro alle nuove generazioni.

Se dovesse scegliere un modulo calcistico per rafforzare il Pdl?

Non è facile sceglierne uno. Essenziale è avere un centrocampo solido, con un buon organizzatore di gioco per mandare in gol le punte.

Fuori dalle metafore, in che ruolo schiererebbe Angelino Alfano?

Non ho dubbi: sarebbe a suo agio nel ruolo di rifinitore-regista.

Ultima domanda. Chi vince il campionato?

Può succedere di tutto. Sarà una corsa a tre tra Milan, Inter e Juve, con il Napoli più staccato.