I dati parlano chiaro: l’opposizione non c’è

Non tutti i sondaggi vengono per nuocere. Prendete quelli della Demos realizzati per Repubblica: «Crollano Berlusconi e Bossi. Centrosinistra a +9, un Paese senza guida». Nel sommario si profila uno scenario ancora più catastrofico: «Centrodestra in caduta libera, giù il governo, Tremonti perde 17 punti in due mesi. Il premier al 22 per cento, Bersani risente del caso Penati». Un lettore (elettore) medio di centrodestra in genere si ferma qui. Non va oltre nella lettura, a meno che non abbia impulsi masochistici. Chi invece ha approfondito la lettura dei dati sarà rimasto piacevolmente sorpreso.
Visto dal lato della maggioranza, il titolo poteva essere esattamente il contrario: «Opposizione in caduta libera». Al netto delle interpretazioni, i numeri parlano chiaro. L’ipotetica alleanza del centrosinistra (Pd+Idv) con la sinistra vendoliana viene data a 44 punti contro il 35,3 di Pdl+Lega. Un dato attualmente quasi scontato visto che arriva nel momento peggiore per il governo. Quando gli organismi internazionali impongono all’esecutivo una manovra di lacrime e sangue e le voci allarmistiche si rincorrono. In un contesto che lascia intravedere più sacrifici per tutti è inevitabile che la reazione immediata dell’elettorato sia quella di sfiduciare chi comanda il vapore. A questo si aggiunga che il primo partito al momento è rappresentato dagli indecisi, (superano il 30 per cento) e cioè di chi non ha espresso una preferenza.
Sotto il profilo dei nomi, ha piena logica (visto il terrorismo psicologico che si fa sulla manovra) il tonfo del ministro dell’Economia, Giulio Tremonti (dal 54,5 del giugno scorso al 37,8 del sondaggio settembrino). Dietro di lui appena tre mesi fa c’era l’eroe della “narrazione” della sinistra, Nichi Vendola. Se gli italiani avessero davvero scelto di cambiare rotta il suo consenso avrebbe retto, se non perlomeno cresciuto. Neanche per sogno. L’immaginifico governatore della Puglia a febbraio 2001 era al 48,8 adesso sta al 39. Sotto a.l 39,4 per cento di Antonio Di Pietro, l’unico al momento che approfitta della situazione, aumentando dello 0,3 rispetto a tre mesi fa. E i partiti? Il Pdl al 25,5 (-1,2), Lega 9,8 (-1). Pd 29,7 (+0,2),  Udc al 7,4, (+0,7), Idv al 9,2 (+1,4), Sinistra e libertà al 5,3 (-0,3). Sarebbero invece fuori dal Parlamento Futuro e libertà 3,3 (-0,4) e il Movimento Cinque stelle che fa riferimento a Beppe Grillo al 3,5 (-05). Non paga il nuovismo di vecchie facce, tranne il populismo giustizialista dei dipietristi. Emblematico in questo quanto accade a campioni del nuovo come lo stesso Grillo, che viene promosso solo dal 32,6 per cento degli elettori (-2,6 per cento rispetto a tre mesi prima). Non va molto meglio agli altri leader dell’opposizione: Bersani perde quasi cinque punti rispetto a giugno scendendo al 34,7, Fini scivola al 26,9 (29 a giugno, al 35,3 in febbraio). Oltre al tanto strombazzato slittamento di Berlusconi (22,7 rispetto al 25,6 di giugno) e Bossi, promosso dal 22 per cento degli interpellati rispetto al 27,3, perde colpi anche il nuovo segretario Pdl, Angelino Alfano (29,9 rispetto al 33,7 di giugno).
Ragione di questa tendenza distruttrice da parte dell’elettorato? Sentite Luigi Crespi , direttore dell’istituto demoscopico Crespi Ricerche, che in riferimento anche ad altri dati osserva: «Dai sondaggi emerge che c’è molta sfiducia per le figure attuali. Prima ancora dell’onestà e della serietà, gli italiani chiedono che vengano mantenute le promesse e il politico faccia quello che dice. È più facile invece in questo momento – sottolinea Crespi – riscontrare un consenso sugli amministratori locali: ad esempio, se Berlusconi viaggia tra il 20 e il 25 oer cento, Formigoni, Alemanno o Renzi sono intorno al 60 per cento di gradimento. La gente guarda a una “figura” di politico che stia a contatto con la realtà e i problemi delle persone. Insomma, ci vorrebbe un ‘sindacò a Palazzo Chigi». Insomma, si cerca soprattutto una figura che evochi “novità” prima ancora di valutare quale messaggio trasmette.
Una tendenza che non va limitata soltanto all’Italia. Se infatti a sinistra vogliono già cantare vittoria, farebbero bene prima a dare un’occhiata all’estero. Prendiamo i due leader occidentali più popolari del momento: Angela Merkel e Barack Obama. La cancelliera tedesca citata a ogni occasione dalla nostra stampa come modello insuperabile di statista, è fresca reduce da una batosta elettorale alle regionali, dove l’opposizione socialdemocratica ha stravinto. Non va molto meglio al presidente Usa premio Nobel per la pace. Domenica un sondaggio effettuato dalla Rasmussen Reports su un eventuale ballottaggio per la Casa Bianca con il governatore del Texas Rick Perry (considerato il nuovo Bush per le posizioni conservatrici) vede in vantaggio Perry con l 44 per cento contro il 41 di Obama.