Gli operai hanno “disertato” la chiamata (politica) alle armi

Gli operai non saranno andati in paradiso ma di sicuro non hanno l’anello al naso. Ieri alla Cgil non è andata benissimo. Anzi, è andata maluccio. Il sindacato guidato dalla Camusso parla di un’adesione allo sciopero del 58 per cento e questo dato è di per sé  deludente (si sa, quando ci sono manifestazioni gli organizzatori la sparano sempre grossa). Peraltro, senza i partiti, gli studenti di sinistra e i centri sociali anche la piazza sarebbe rimasta semivuota. Lo sciopero “politico” ha fatto il suo tempo, è assurdo causare un mare di disagi solo per portare le bandiere di partito in corteo anteponendo gli interessi di parte agli interessi dei lavoratori, la gente è stanca di un rito vecchio e furbo. Nonostante i tentativi di dare un senso allo sciopero, il senso non c’era, neppure sotto il profilo sociale. Chi suda sette camicie per portare avanti una famiglia non si fa incantare dalla prospettiva di uno sciopero che vorrebbe sovvertire il governo invece di pensare alle buste paga. E neppure dalla logica del tanto peggio tanto meglio.
Il “racconto” del corteo ne è una prova. C’era la Camusso ma gli occhi erano tutti puntati sulle presenze annunciate di Bersani, Di Pietro e Vendola, tanto per citare qualche nome di lusso. E che la manifestazione fosse più politica che sindacale lo dimostravano pure le scritte sui cartelloni, tutte in chiave anti-Cav: «Un governo da paura», «Dal film 47 morto che parla… e io pago», «C’è un’Italia migliore». C’era persino un ragazzo con una maschera della morte in viso, una spada di plastica e macchie rosse che simulano del sangue sulle braccia. Come se non bastasse, a fare notizia sono stati i blitz dei centri sociali: uova e fumogeni a Milano contro la sede dell’Unicredit, oggetti contro la polizia a piazza San Babila; uova marce e vernice contro il Caf dell’Ugl in via delle Botteghe Oscure a Roma; vernice rossa e sempre uova contro la sede torinese della Banca d’Italia. E ancora, scontri e tensioni in altre città all’insegna dello slogan “Se questo è un paese di merda sappiamo chi ringraziare”. Surclassati, quindi, mediaticamente i giovani della Cgil che, nel tentativo di mostrarsi ironici, si sono travestiti da “Mr Burns”, il cattivissimo imprenditore della serie I Simpsons.
Le cifre della delusione sono nero su bianco. Innanzitutto perché la stessa Cgil, in un comunicato, ha fatto sapere che il dato dell’adesione va letto «in relazione all’impossibilità per molti lavoratori di scioperare “comandati” per garantire i servizi pubblici essenziali». Una sorta di excusatio non petita, accusatio manifesta. La botta da knock out arriva dai dati aziendali: l’adesione media allo sciopero negli stabilimenti italiani della Fiat, tanto per citare un esempio, è stata, secondo l’azienda, pari solo al 25 per cento. «Dai dati pervenuti al Dipartimento della Funzione pubblica e relativi a un campione di circa il 10% del personale del pubblico impiego, risulta finora un’adesione del 3,1% allo sciopero generale», ha poi fatto sapere il ministro Renato Brunetta. «Questi valori attesterebbero che anche questo quinto sciopero generale della Cgil ha ottenuto un’adesione molto bassa e che in particolare non vi avrebbe aderito nemmeno la metà circa degli iscritti alla stessa organizzazione sindacale. Questi dati sono la migliore e più seria risposta alle seminatrici di vento». Il tutto mentre gli esponenti dei partiti dell’opposizione continuavano al gioco propagandistico con commenti del tipo «è immorale chiedere a chi ha la pancia vuota di digiunare», come se la crisi economica non fosse mondiale. L’ultimo schiaffo alla Camusso arriva da una pasionaria di sinistra, Sabrina Ferilli: «Lo sciopero è un diritto sacrosanto ma per quello di oggi avrei aspettato».