Gli indignados de noantri hanno clonato Folagra

Fantozzi 2000 – La clonazione, si chiamava l’ultimo capitolo della fortunata saga con Paolo Villaggio. Eppure, a distanza di qualche anno, bisognerebbe riconoscere che il vero personaggio fantozziano che sembra essere stato clonato  è Folagra, l’impiegato politicizzato che oltre a “traviare” l’Ugo nazionale sulla strada del marxismo rappresenta un po’ l’archetipo dei "compagni" di ogni epoca. Compresi quelli che dalle parti nostre scimmiottano gli indignados madrileni. Ricordate il film? Folagra indottrinava in sala mensa uno spaesato Fantozzi, biascicando cose senza senso come: «Formazione di gruppi spontanei… Collettivo urbano…. Noi dobbiamo pensare a una cogestione che sia proliferante in senso storico… Comitato di quartiere come affermazione alternativa precisa sulla quale noi dobbiamo…». Ecco, ora confrontate questo delirio con il comunicato di alcuni sedicenti “indignati” che ieri hanno annunciato la loro adesione alla manifestazione indetta dal Popolo Viola in piazza San Giovanni nei giorni 10 e 11 settembre. I nostri eroi, a quanto pare, parteciperanno all’assise «liberamente e con le proprie modalità assembleari orizzontali e senza leader». Ora, oltre a contenere la notizia che esiste ancora il Popolo Viola (stavamo in pensiero…), la nota suscita una certa inquietudine linguistica: ma ancora stanno messi così, questi? «Gli indignati – spiega comunque la nota – stanno lavorando alla preparazione di una grande assemblea popolare dove sarà possibile conoscere l’esperienza del movimento, il lavoro svolto fino ad ora, gli obiettivi che lo muovono e le modalità organizzative». A partire dalle ore 17 di sabato quindi, dopo un breve momento di presentazione da parte del movimento alla piazza, partirà il cosiddetto “Pensatoio”, ovvero la creazione di tante piccole assemblee all’interno delle quali «chiunque avrà la possibilità di condividere ed esprimere la propria indignazione e dove sarà possibile immaginare insieme il futuro a cui aspiriamo. Al termine del confronto – proseguono gli Indignati – è prevista una grande assemblea che raccoglierà gli elementi emersi da ciascun gruppo e verranno in seguito proposti i contenuti e gli argomenti da approfondire e indagare in specifiche commissioni di lavoro che si riuniranno il giorno seguente, domenica 11 settembre». Il movimento degli Indignati, evidenziano gli organizzatori dell’evento che cambierà la società italiana, «attraverso questo primo grande incontro con i cittadini, vuole esprimere e rendere pubblici i suoi obiettivi e le sue modalità organizzative. Come cita l’appello: tornare a fare politica, fuori dai partiti istituzionali, fuori dai palazzi, fuori dalle logiche di bottega, sempre uguali a sè stesse. Tornare nelle piazze, riappropriarsi del potere del confronto e della parola, è questa la potenza del movimento, al contempo pacifica e rivoluzionaria».Le manifestazioni del 10 e 11, spiegano ancora gli organizzatori, sono partite «da un appello firmato tra gli altri da Dario Fo e Franca Rame, Andrea Camilleri e Daniele Silvestri, Paolo Flores d’Arcais e Oliviero Beha, sono completamente autofinanziate e autorganizzate». No, Dario Fo e Franca Rame no. Possibile che non ci si riesca a svincolare dal cliché compagnesco anni ’70 (ovviamente con il classico passaggio dalla tragedia alla farsa)? Ora, l’iniziativa lascia il tempo che trova, ma fornisce più che altro l’occasione per riflettere sulla involuzione di tutto un mondo politico che, pure, a sinistra sembra sempre più determinante, soprattutto nelle situazioni “di piazza”. Involuzione, poi, si fa per dire, in quanto se uno resta fermo, clonando le esperienze passate, non si può nemmeno dire che sia involuto. È, più semplicemente: fermo. Pensiamo solo all’Onda anomala, che solo un paio d’anni fa fece gridare al “nuovo che avanza” quando invece era la solita, vecchissima ministra (tant’è che al minimo accenno di trasversalità politica e unità generazionale reale scattò l’ordine di scuderia del “siamo tutti antifascisti”). Andiamo a rileggere i documenti del movimento. E troviamo, ad esempio, che la presentazione di un libro diventa un happening confuso e magmatico in cui, «attraverso l’elaborazione dei testi e la rinnovazione continua dei materiali forniti dalla crew come appoggio, questa presentazione si configura come una performance collettiva, in cui la fusione di diversi linguaggi – da quello gestuale alle registrazioni audio, dal video alla parola – dà vita all’ennesima diramazione del progetto». Ci avete capito nulla? No? Esatto. Perché probabilmente non vuol dire nulla. Ogni residuo di senso viene affogato nell’ossessione dell’orizzontalità in cui non c’è più né alto né basso, e in cui la stessa grammatica politica ne esce devastata. E, ovviamente, potremmo tornare indietro all’infinito. Ai tempi della Pantera, in effetti, le cose non andavano in modo troppo diverso. Anche allora il movimento si definiva «politico apartitico, democratico, non-violento ed antifascista». La Repubblica del 18 marzo 1990 commentava estasiata: «Quale assemblea nazionale è durata quindici giorni di dibattiti estenuanti e cavillosi?». Eccole di nuovo, le «modalità assembleari orizzontali e senza leader». Dibattiti. Su dibattiti, su dibattiti. Tutti cloni di cloni di cloni. I risvolti politici reali di tutte queste sommosse in franchising? Nessuno. Se non uno schizofrenico autoriprodursi…