E adesso arriva “l’antifascismo tombarolo”

«Io son d’un’altra razza / son tombarolo». Il celebre testo anarchico di De André – vero inno per una sinistra magari nichilista, ma almeno libertaria – andrebbe così riscritto per stare al passo con i tempi. L’antifascismo tombarolo sembra infatti essere l’ultima moda in fatto di trash politico-culturale. Vedere, per credere, la “performance artistica” (?) che ieri ha allietato il risveglio dei cittadini di Napoli.

Fascismo e pubblicità
“Nessuna luce mio duce” recita infatti lo slogan che accompagna un manifesto gigante in cui campeggia il busto di Mussolini (fortunatamente già rimosso da non si sa bene chi). Gli autori della discutibile iniziativa sono due sedicenti artisti napoletani, Sebastiano Deva e Walter Picardi, tra i protagonisti dell’evento “Campania Senses”, promosso dal Padiglione Italia alla 54esima Biennale di Venezia, che aprirà i battenti  il 28 settembre al Museo di arte contemporanea 2 di Casoria. Qui, con un terrificante gusto del macabro, sarà allestita una riproduzione fedele della cripta della famiglia Mussolini, mentre su Facebook si raccoglieranno addirittura le adesioni per chiederne la chiusura. La tomba di Mussolini, dicono, è anticostituzionale. Troppe visite, troppo calore attorno a quel feretro. Tutto questo avviene in Italia, nel 2011, non nel 1984 orwelliano. Ossessione, paranoia, livore? Forse. Oppure è solamente una agghiacciante trovata per farsi pubblicità. Chi avrebbe mai sentito parlare, infatti, di Sebastiano Deva e Walter Picardi, se non avessero sfruttato il sempiterno appeal mediatico di Mussolini?

C’è artista e artista…
Ma in fondo non dobbiamo essere ingenerosi: Deva e Picardi una loro notorietà nel mondo dell’arte contemporanea ce l’hanno. Il secondo, sul suo MySpace, inserisce una descrizione di Eugenio Viola che parla di «profonda attenzione per significati politici e sociali», di «opere taglienti, irriverenti, fortemente connotate da un’analisi cruda e paradossale della realtà», di «velatura drammatica» e «rumore autobiografico». Che vorrà dire non lo sapremo mai, anche se il «rumore autobiografico» mette un po’ paura: che il nostro eroe vada la notte per cimiteri? Deva, invece, va dritto allo scopo senza tanti fronzoli. Osservando le sue opere è tutto un trionfo di crocifissi nei profilattici e baci gay che squarciano il tricolore. Ma così sono buoni tutti a far l’artista. Bei tempi quelli di Caravaggio, che era maledetto nella vita ma dipingeva santi e madonne. Altra pasta quella di Van Gogh, che tutta l’ansia di un’epoca riusciva a metterla in campo di girasoli. Oggi basta recitare lo spirito maudit, dissacrare qualcosa a caso e poi magari trasudare banalità, perbenismo, spirito forcaiolo e conformismo borghese. Artisti “ribelli” che invocano la Costituzione: ci toccava vedere anche questa…

Tombaroli militanti: i precedenti
I due scoperchiatombe napoletani, in verità, non sono i primi ad aver proposto una roba simile. L’idea di rimuovere dal cimitero di Predappio la tomba e le spoglie mortali del Duce era stata lanciata solo pochi mesi fa dal vicepresidente della Provincia di Pistoia Roberto Fabio Cappellini, di Rifondazione Comunista (sì, esiste ancora…). La bella pensata nasceva osservando lo zelo politicamente corretto della Germania dove il Comune di Wunsidiel, in Baviera, aveva in quei giorni fatto abbattere il sepolcro di Rudolf Hess, niente meno che “il delfino” di Adolf Hitler in persona. Una tomba “ingombrante”, per carità, ma va detto che arrivare a profanare i cimiteri è cosa che neanche le peggiori satrapie dei tempi più oscuri della storia hanno mai tollerato. Eppure che ti scrive su Facebook il rifondatore pistoiese, ascoltando le notizie crucche? «Non sarebbe male se facesse qualcosa di simile il sindaco di Predappio…». La tentazione di scoperchiare i sepolcri non sembra tuttavia essere frutto di una tetra gaffe episodica. Qualche mese fa, infatti, due consiglieri comunali di Firenze, Ornella De Zordo e Eros Cruccolini, proposero addirittura di rimuovere il sepolcro di Gentile dalla basilica di Santa Croce per trasferire la salma in un cimitero comune. Il sindaco Matteo Renzi – che è “rottamatore”, ma non di bare – bloccò sul nascere la polemica con vistoso imbarazzo. Insomma, la sinistra italiana sembra preda di una vera e propria thanatomania, di una ossessione per la morte che è indice di una regressione culturale che definire allarmante è dire poco.

Storia di una salma
Va detto che l’accanimento contro i morti, se si eccettua l’orgia di sangue di piazzale Loreto, non ha precedenti neanche in quell’Italia repubblicana del dopoguerra che pure aveva ben più vive le ferite della guerra civile. Dal 1957, quando il governo Zoli restituì le spoglie del Duce alla famiglia Mussolini, nessuno ha mai pensato di mettere in discussione addirittura la cripta del capo del fascismo. Ma certo già prima quel cadavere era apparso particolarmente carico di valore simbolico, questo sì. Il primo luogo di sepoltura è la tomba 384, presso il campo 16 del cimitero di Musocco, a Milano. Non un nome, non una croce. È lì che Mussolini è stato sepolto ed è lì che la notte tra il 23 e il 24 aprile del 1946 Domenico Leccisi e altri reduci della Rsi trafugano la salma. Successivamente il corpo viene consegnato a due frati minori dell’Angelicum di Milano, poi viene trasportato nel convento dei cappuccini di Cerro Maggiore, vicino a Legnano. Vi rimane fino al ’57. Poi la tumulazione a Predappio e, finalmente, la quiete. Sopravviverà, quel corpo, anche all’arte contemporanea?