Confisca dei beni alla mafia? Funziona (ma non fa notizia)

Pochi giorni fa è stato consegnato dal ministro dell’Interno Roberto Maroni ai “legittimi” proprietari: i cittadini. È successo in provincia di Varese a Castellanza dove il bene sequestrato alla mafia sarà da adesso a disposizione di un’associazione che si occupa di sostenere i disabili. Ma nelle stesse ore è successo anche a Don Ciotti di consegnare un altro stabile confiscato alla camorra ad Andria. E poi è toccato a un caseificio nel casertano e a uno (pseudo) centro assistenza a Palermo. Da Nord a Sud, insomma, è questo il trend positivo che si registra quando si parla di battaglia alla criminalità organizzata: centinaia di migliaia di euro in beni, aziende, proprietà che non potranno più essere utilizzati per finanziare attività illecite ma saranno messe a disposizione di chi fa antimafia in pianta stabile o di chi si occupa di assistenza agli anziani e ai minori.
Certo, rispetto agli arresti dei big della criminalità che dal punto di vista mediatico hanno un grande impatto emotivo, operazioni del genere fanno meno notizia. Eppure si tratta di un risultato politico e civile che gli addetti ai lavori sanno bene essere un punto fondamentale per debellare un fenomeno, come quello mafioso, che sa essere camaleontico come pochi. Non fosse perché il valore dei beni sequestrati ammonta, secondo le stime, a più 25 miliardi di euro solo negli ultimi tre anni. Proprio per questo motivo l’intenzione è quella di non fermarsi: «Dopo averle tolte alla mafia – ha spiegato il ministro Maroni – queste risorse bisogna anche rimetterle nel circuito della legalità nel modo corretto».
Come si può vedere si tratta di un’operazione strutturale che tende nella fattispecie ad aggredire – come hanno insegnato Giovanni Falcone e Paolo Borsellino – la malavita organizzata nel suo punto più sensibile: quello economico e patrimoniale. Da quando è nato, nel 2008, si occupa di questo il Fondo unico giustizia, sul quale sono indirizzate tutte le risorse per finanziare il ministero dell’Interno per ciò che riguarda le attività di tutela della sicurezza pubblica e del soccorso pubblico e il ministero della Giustizia per il funzionamento e il potenziamento degli uffici giudiziari e degli altri servizi istituzionali: uno strumento che ha ottenuto risultati importanti in termini di ottimizzazione degli investimenti e di capacità di incidere. Un impegno che – come dimostrano le cronache – si è tradotto in risultati concreti: tant’è che esiste un sito ad hoc (www.beniconfiscati.gov.it), dove tra le altre cose è pubblicato il monitoraggio sull’andamento dei sequestri dei beni e sulle operazioni di riattivazione dei siti. Una struttura, quella che gestisce il Fondo, che ha anche il difficile compito di stilare un vero e proprio censimento sulle migliaia di attività sequestrate dalla magistratura e vigilare sul corretto funzionamento dell’affidamento. Il numero di sequestri e denunce infatti è impressionante e fa emergere anche un dato: come l’infiltrazione del fenomeno criminale sia giunta anche al Nord (lo stesso sindaco di Milano Giuliano Pisapia ha lanciato pochi giorni fa l’allarme: «Un negozio su cinque a Milano paga il pizzo»).
Davanti a quest’innovazione Maurizio Gasparri, capogruppo del Pdl al Senato e sostenitore dell’iniziativa, spiega come quello contro la criminalità deve continuare a essere un sforzo indirizzato a trecentosessanta gradi: «Il Fondo unico giustizia è un segno concreto dal grande valore anche simbolico dato che toglie risorse all’esercito del male per consegnarle all’esercito del bene. E che ciò sia stato fatto in un momento di ristrettezza economica avvalora ancora di più l’iniziativa. Nel primo dei  pacchetti sicurezza varati abbiamo introdotto questa possibilità di creare questo fondo, poi abbiamo lavorato in Parlamento per inserire delle regole e dei criteri su come distribuire le risorse equamente tra il ministero di Giustizia e quello dell’Interno, e per ciò che riguarda il Viminale di sostenere l’Arma dei carabinieri». Se rappresenta un passo importante il sequestro dei beni da solo in ogni caso non basta: «Il problema che dobbiamo affrontare riguarda principalmente un aspetto: che a fronte di una mole impressionante di sequestri che vengono effettuati soltanto dopo la confisca è possibile utilizzare quelle risorse: a volte ci troviamo di fronte a questa difficoltà ed è necessario per questo accelerare i tempi e snellire la burocrazia». In questi senso «negli ultimi mesi il ministro della Giustizia ha cercato di fare il massimo possibile anche perché si corre il rischio di restituire il bene».
Resta ancora da velocizzare il meccanismo: «Noi leggiamo le notizie di ingenti sequestri, ma purtroppo poi ci vuole molto tempo, perché finora le erogazioni vere sono state esigue». Detto ciò, però, dal punto culturale «il principio sta iniziando a funzionare e dalla sua ha il valore di monito. Però occorre lavorare sull’impianto per rendere questo il punto di forza dell’azione di contrasto alle mafie». Per Gasparri, dunque, il Fondo unico giustizia va letto all’interno di un più ampio disegno: «Abbiamo rilanciato il carcere duro quando invece Scalfaro e Ciampi lo avevano cancellato. Sono state varati il piano carceri e un pacchetto di norme anticrimine e antimafia poderosissimo. Occorre continuare su questa strada, con l’antimafia dei fatti».