«Ci cacciano? Ci siamo già autosospesi noi…»

Sabotatori? Traditori? Venduti al Pdl? O semplicemente radicali, i soliti rompiscatole, corsari-pannelliani che quando meno te l’aspetti si mettono di traverso nel nome dei diritti civili e della libertà di coscienza. Il giorno dopo la defezione sul voto di sfiducia al ministro Saverio Romano («dall’esito scontato» dice dai microfoni di Radio Radicale Emma Bonino) si apre il processo ai sei ribelli (Bernardini, Turco, Beltrandi, Farina Coscioni, Zamparutti e Mecacci) che rischiano l’espulsione dal gruppo. Tra i più furiosi c’è Rosy Bindi: «Questi vanno cacciati», ha detto a caldo. Poi ha un po’ ammorbidito i toni: «Non credo che i Radicali abbiano voluto riscoprire la legalità, hanno voluto fare solo propaganda. Sono d’accordo con loro sull’amnistia, ma siccome il voto di fiducia è un momento politico per me la sanzione dev’essere severa».
In mattinata Franceschini ha voluto incontrare  i “dissidenti" (non proprio una convocazione ufficiale, spiega Rita Bernardini) per capire meglio la mossa a sorpresa prima del direttivo convocato d’urgenza all’ora di pranzo. Urgente ma inutile: il vertice non chiude il caso e decide di non decidere. “Colpa” del presidente del Pd che non intende derubricare il “fattaccio” a semplice incidente e delega la dirigenza del partito a sciogliere la matassa. «Un bel regalino a Bersani nel giorno del suo compleanno», ironizza l’istrionico Marco Pannella, «decidano loro, ma decidano per loro, per quanto riguarda il Pd. C’è poco da chiarire».
«Il nodo è politico – insiste Franceschini-Pilato messo all’angolo – se si fosse trattato di un solo parlamentare si poteva procedere a singole sanzioni previste dal regolamento, ma stavolta c’è dell’altro. In un momento politico e parlamentare molto rilevante i deputati radicali hanno messo in atto un atteggiamento molto grave. Cè una questione politica che deve essere affrontato tra i partiti in incontri che si decideranno». Il verdetto è  rimandato e la prova di forza per il Pd si trasforma in un boomerang, con la Bindi che dice di trovare «quantomeno bizzarro che il gruppo abbia rinviato al questione al partito visto che i Radicali, a meno che mi sia persa qualcosa, non ne fanno parte». Le reazioni si sprecano: lettere di deputati democratici (Luigi Bobba in testa) che chiedono di mettere fine a un «equivoco imbarazzante», repliche da piazza di Torre Argentina che ricordano il voto di sfiducia a Prodi della Binetti senza che nessuno alzasse un dito. «Il problema non sono loro, ma chi ce li ha messi», spara sui colleghi democratici Antonio Di Pietro, «hanno cercato una visibilità a buon prezzo in un momento drammatico per il Paese, ma l’errore è stato quello di dargli una voce e uno scranno». Perché tenerli nel Pd? Teniamoli liberi, propone Beppe Fioroni che non ha mai avuto un grande feeling con i pannelliani. Quello che brucia di più – a sentire i dirigenti del Pd – è la pugnalata alle spalle che sa di vendetta. Ma quale colpo di teatro, ribatte la Bonino: «Con i deputati si era deciso di non partecipare al voto e di utilizzare gli interventi in dissenso per ribadire la priorità della questione della legalità, in particolare dell’amnistia». L’irritazione del Pd? «Piuttosto strabiliante, non abbiamo partecipato a un voto che avrebbe procurato un’ennesima fiducia al governo». Rita Bernardini, già segretaria dei radicali, oggi in commissione Giustizia a Montecitorio, dopo il faccia a faccia con Franceschini ci conferma le ragioni del non voto sulla sfiducia a Romano.

Allora com’è andato il “redde rationem”?

Ci siamo incontrati e gli abbiamo riferito le motivazioni della nostra scelta. Non c’è stata la violazione di un patto da parte di un singolo deputato, perché quello tra il Pd e i Radicali è un rapporto politico. Siamo una delegazione autonoma.

Una vendetta per il voto al Senato sull’amnistia?

Dal Pd non abbiamo ascoltato una sola proposta di soluzione del problema della carceri, una questione sulla quale si è soffermato con allarme lo stesso capo dello Stato, Giorgio Napolitano. Noi abbiamo indicato una soluzione per rispondere al presidente della Repubblica, il Partito democratico no. Due giorni fa al Senato tutti i gruppi hanno respinto il nostro ordine del giorno.

Lei ha proposto un incontro “ad hoc” tra Bersani, Pannella e Bonino…

Certo, ed è stato accettato. Il problema è politico, non disciplinare.

Vi sanzionano, vi cacciano?

Ma di cosa stiamo parlando? Ci siamo autosospesi da più di un anno per la totale mancanza di incontri, scambi di idee, chiarimenti. Ci hanno esclusi da tempo.

La goccia che ha fatto traboccare il vaso?

I problemi per la candidatura di Emma Bonino alle regionali del Lazio, per esempio. All’epoca facemmo un incontro con Bersani dal quale doveva uscire qualcosa di concreto, poi non abbiamo più avuto notizie.

E in queste ore?

Adesso sentiamo parlare di alleanza con l’Idv, con coloro – vorrei sottolinearlo – ai quali hanno consentito di presentare la lista (mentre a noi no), con il patto che sarebbero entrati nel Pd cosa che puntualmente non è avvenuta. Poi si parla di accordi con Sel, socialisti, Verdi, cattolici, riformisti, tutti meno che noi. Parlano di nuovo Ulivo, ma noi non siamo interessati al nuovo Ulivo,  non sappiamo neanche cos’è. Noi conosciamo il Pd.

Non vi vogliono?

Ne prendiamo atto, una volta ci hanno detto che il problema è che i radicali non sono biodegradabili. Non siamo affidabili perché abbiamo una nostra identità.