Bernabè: governo tecnico?  No, la politica ai politici

«Io in politica ? No non è il mio mestiere». Franco Bernabè, presidente di Telecom e da oltre un ventennio tra i più quotati manager italiani, alle capacità taumaturgiche del cosiddetto “governo tecnico” non crede e lo dice a chiare lettere in un’intervista a Firstonline. E Alessandro Profumo, allora? Non è mica un golpista? Certo che non lo è. L’uomo che ha dato voce a La7, potenziandola fino a farla diventare la tv della sinistra, è convinto che chi vuole impegnarsi per il bene della collettività e «intende sottoporsi al giudizio popolare» fa una cosa su cui non c’è nulla da eccepire. Ma il governo tecnico è un’altra cosa. Persone «competenti e qualificate»  possano dare «il loro contributo di professionalità nell’ambito di un governo politico, a livello di singoli ministeri», è il resto che non va. Di fronte a una crisi tanto pesante come l’attuale «solo un politico, che sia stato eletto e abbia il consenso del popolo, può decidere chi debba fare i sacrifici e in che misura».
«Dopo settimane di autocandidature alla guida del governo nazionale – rileva il senatore del Pdl, Raffaele Lauro –  finalmente un grande manager riconosce non solo il primato della politica, ma la primaria responsabilità della classe politica nell’affrontare le scelte, anche impopolari, per superare le difficoltà». E sì, perché recentemente persino i banchieri, che in questi anni non hanno certo brillato per capacità di gestione dei loro istituti, si sono fatti avanti per proporsi alla guida del Paese. Come se non fossero sotto gli occhi di tutti i guasti provocati con i derivati e con la finanziarizzazione dell’economia. Manager, banchieri e imprenditori in fila per il posto di Berlusconi, con la promessa di una ricetta miracolosa o quasi per superare la crisi. Ma chi ci crede? Nei loro confronti gli italiani non avrebbero possibilità di rivalersi in nessun modo mentre, come sottolinea Lauro, «i politici rispondono delle scelte fatte negli appuntamenti elettorali previsti dalla Costituzione».
Un dibattito complesso, antico quanto il mondo, al cui interno si colloca, ad esempio, il vecchio dilemma sulla prevalenza tra economia e politica. Oggi sono in pochi ad avere dubbi: l’ultima parola spetta alla politica. Intanto perché i politici sono investiti, attraverso le elezioni, della volontà del popolo. Poi perché è al politico che spetta la capacità della sintesi. Il tecnico affronta il problema, fa i conti del dare e dell’avere, disegna scenari e prefigura risultati, ma è il politico che poi si deve fare carico di coniugare il tutto in maniera che i provvedimenti in questione siano il meno dolorosi possibili in termini sociali. «Governare un Paese – dice il presidente di Telecom, centrando il problema – non è come gestire un’azienda».
Ma allora perché la sinistra di casa nostra, un giorno sì e l’altro pure, si riempie la bocca di governo tecnico, che piace ai poteri forti ma lascia perplesse soprattutto le fasce più deboli della popolazione? Per un solo motivo: pensa di poterlo usare come scorciatoia per arrivare al governo. È la vecchia malattia delle strategie per la conquista del potere che torna a riemergere. Non è un caso se in passato, governi tecnici o cosiddetti tali, hanno sempre avuto il sostengo dei partiti di sinistra che, con l’escamotage del tecnico prestato alla politica, se ne sono serviti per fargli svolgere il classico “lavoro sporco” in attesa che venga loro spianata la strada verso Palazzo Chigi. Alle elezioni è meglio arrivarci con Profumo che con Berlusconi. E pazienza se questo per lavoratori, pensionati e meno abbienti debba significare aumento delle imposte, tagli alle pensioni, colpi di maglio al werfare e alla tutela dei posto di lavoro.