Armi ai ribelli libici: è intrigo internazionale

Così l’Italia ha fornito ai ribelli libici armamenti e munizioni insieme agli aiuti umanitari per le popolazioni colpite dalla guerra. La polemica si è scatenata tra giugno e luglio dopo che numerosi giornali, ma soprattutto il network Globalist.ch aveva rivelato che dall’arsenale di Santo Stefano, in Sardegna, i nostri servizi avevano prelevato una numero impressionante di armi di vario tipo per farle arrivare dapprima a Civitavecchia a bordo di navi traghetto di linea e successivamente in Cirenaica, destinate ai ribelli. Circostanza, la prima, che il quotidiano La Nuova Sardegna aveva confermato, rilevando come nei mesi scorsi alla Maddalena e dintorni si fosse notato un intensificarsi di movimenti militari. Un’insolita quanto frenetica attività che aveva portato molti osservatori a ipotizzare un accordo tra il nostro governo e quello transitorio libico, in cambio di una serie di agevolazioni reciproche.
In Italia, si sa, si è sempre pronti a credere ai complotti, alle cospirazioni, ma soprattutto a questi leggendari “servizi deviati”, che dal 1970 in poi sembrano essere stati protagonisti di tutte le nefandezze delle nostre cronache nere.
La realtà è molto più semplice. È vero che l’Italia è stato per anni fornitore di armi alla Libia, ma non da sola: la parte del leone l’hanno fatta Francia e Unione Sovietice-Russia, con i Mirage e in ultimo coi sofisticatissimi Mig-23, difficili anche da manutenere. Ma questo avviene sin dagli anni Settanta, quando Gheddafi armò l’esercito libico in maniera quasi esagerata, spendendo miliardi di dollari per avere gli armamenti e i mezzi più aggiornati. Quello che non tutti sanno, però, è che ultimamente quasi tutti i mezzi erano andati in rottamazione, malgrado le cifre spese per aggiornarli e ripararli. La verità è che oggi la maggioranza delle armi in mano ai ribelli provengono… dalle forze armate libiche, i cui ufficiali se le sono vendute prima di disertare attingendo ai numerosi depositi sparsi in tutto il Paese.
Il giornalismo italiano specializzato nel fiutare le piste più improbabili, sostiene che i carichi di armi sequestrati nel 1994 sul traghetto Jadran Express battente bandiera maltese, intercettato sul Canale d’Otranto dalla nostra marina, siano oggi andati ai ribelli libici. Può anche essere. Ma a proposito di questo carico, composto da 400 missili Fagot, diecimila razzi anticarro, cinquemila razzi Katiuscia, decine di migliaia di kalashnikov e oltre 30 milioni di proiettili, c’è qualcosa che non si è ancora detto: i fatti noti sono che la nave era di una compagnia croata di proprietà dell’imprenditore russo Alexander Zuhkov, quelli meno noti che le armi erano destinati ai serbi, allora nemici giurati della Nato e dell’Italia, e che la soffiata sul carico sospetto arrivò dal famoso M16 britannico, i servizi di Sua Maestà. L’anno successivo arrivarono gli accordi di Dayton. Comunque, le armi sequestrate furono dapprima stoccate a Taranto, e poi portate a Santo Stefano, nella gigantesca galleria che funge da Santabarbara.
All’inizio della crisi libica, l’Italia si è mossa tempestivamente: grazie alle nostre conoscenze più o meno segrete, si ebbe un abboccamento con i leader del nascente governo transitorio dei ribelli; si scatenò, da parte di Francia e Gran Bretagna, una vera e propria corsa per ingraziarsi quelli che sarebbero stati i futuri pardoni del petrolio della nostra ex colonia. Pare che l’Italia abbia avuto la meglio, e ciò sarebbe confermato dal fatto che i primi carichi di armi sarebbero arrivati in Libia già a marzo, ossia prima dei bombardamenti della Nato, e a bordo di una nostra nave militare. Che poi i kalashnikov, i lanciagranate e i razzi siano serviti solo a far sparare in aria gli scalcinati ribelli che abbiamo visto in tv e che il lavoro grosso l’abbiano fatto i caccia bombardieri della Nato, è tutt’un altro discorso. È d’altra parte vero che le armi destinate ai serbi avrebbero dovuto essere distrutte, ma negli anni non si sono mai trovate le risorse né il sito adatto per farlo. Ma le armi erano lì, erano piuttosto obsolete, non ci facevamo nulla, perché allora non fare qualcosa nell’interesse dell’Italia, la quale con questo gesto di amicizia si è assicurata dalla Libia la fornitura del petrolio a prezzi equi e l’interruzione di un flusso meno gradito, quello dei clandestini? Senza fare analisi moraliste, qui si tratta di realpolitik la cui validità oggi non si può giudicare. Anche perché nel frattempo il nostro governo ha apposto il segreto di Stato su tutta la vicenda…