Agenzie di rating: gli Usa reagiscono, l’Europa che fa?

Da dispensatrici di valutazioni a cani da guardia dei poteri forti in campo finanziario a livello internazionale. Le società di rating sono oggi sotto accusa, praticamente ovunque. Hanno fatto tutto e il contrario di tutto, preso sonori abbagli e dispensato pagelle a volte veritiere e a volte tarate su situazioni inesistenti. Ma sono sempre a galla: deboli con i forti e forti con i deboli. Nell’ultimo periodo, in particolare, non di rado hanno affondato i mercati costando miliardi su miliardi a investitori e Stati sovrani. Perché si sa, le piazze finanziarie sono volatili e bastano semplici annunci per determinare situazioni di vero e proprio panico. Le società di rating sono maestre in tutto questo, tanto che a luglio la Consob ha richiamato all’ordine Stadard & Poor’s e Moody’s che avevano espresso giudizi negativi la prima sulla manovra economica e la seconda sulle nostre banche, tra le più capitalizzate al mondo, mettendone sotto osservazione sedici. Ma, si dirà, non hanno fatto il proprio dovere? No, non lo hanno fatto. S&P, in particolare, ha espresso le sue valutazioni negative con una nota del primo luglio, ancora prima che il testo definitivo della manovra vedesse la luce. E lo ha fatto alle ore 13, vale a dire a mercati aperti, amplificando la possibilità di speculazione sul debito sovrano dell’Italia e nostri titoli pubblici che così hanno visto aumentare lo spread rispetto al bund tedesco. Negli ultimi giorni il pericolo immediato sembra essere passato: i mercati si sono ripresi, Btp e Bot pure, ma la situazione di fondo non è cambiata.

Europa sotto scacco
Gli ultimi mesi hanno visto l’Europa sotto scacco. Tanto che i Paesi di Eurolandia hanno messo a più riprese all’ordine del giorno la possibilità di dare vita ad una società che facesse capo al Vecchio Continente. Le tre maggiori società di rating esistenti: Moody’s, Standard & Poor’s e Fitch sono infatti tutte made in Usa e, recentemente, non sono stati pochi gli analisti che hanno visto trapelare nel loro accanimento contro il debito “made in euro” interessi americani o legati all’area del dollaro. Semplici sospetti, si dirà. Forse, ma quasi sicuramente c’è sotto qualche cosa di più. Contro Eurolandia, e in particolare l’Italia, stiamo assistendo a un vero e proprio tiro al bersaglio. E non sono stati sufficienti a bloccarlo, né le convocazioni della Consob, né il deferimento all’Esma (la super Consob europea), né la richiesta di adeguare le loro procedure, definite «non idonee» alla nuova patente Ue. I declassamenti sono stati annunciati, riannunciati e il più delle volte anche attuati, determinando così il massimo del danno in un momento in cui gli stati sotto osservazione si stanno dando da fare per varare misure economiche in grado di tranquillizzare i mercati e di dare garanzie sul debito. Il risultato è stato quello di mandare in fumo buona parte delle risorse che si era inteso recuperare con manovre economiche spesso dolorosissime. A chi giova tutto questo? Non certo all’Italia e neppure all’Europa.

Obama all’attacco

In Usa, invece, la questione è andata evolvendo in maniera diversa. Scandalo Goldman Sachs a parte (alla banca venivano dati rating da primato, anche quando era in odore di accuse da parte della Sec e mentre l’Istituto, che già sapeva della crisi dei mutui in arrivo, piazzava tra i propri clienti titoli tossici per azzerare le perdite), Barack Obama non ha avuto tentennamenti quando si è trattato di rispondere al declassamento del debito pubblico americano (il primo dowgrade nella storia degli Stati Uniti) passato, nelle valutazioni di Standard & Poor’s, dal livello massimo “AAA” a quello immediatamente precedente “AA+”. Tanto è vero che le altre due agenzie, Moody’s e Fitch, non si sono mosse, mentre S&P è stata investita da un mare di contestazioni, la Casa Bianca ha parlato senza mezzi termini di «decisione ingiusta» e tutti gli ambienti che contano d’Oltreoceano si sono interrogati circa l’opportunità di garantire un’influenza tanto straordinaria sull’economia mondiale a società private dai percorsi decisionali non sempre trasparenti. Tutto qui? No. Il Dipartimento per la Giustizia Usa ha anche aperto un’inchiesta per verificare i giudizi di affidabilità dati ad alcuni fondi e strumenti finanziari rivelatisi centrali nello scoppio della crisi economica del 2008.

Conflitti d’interesse
Una mossa, quella delle autorità Usa, che ha colto subito l’obiettivo che si prefiggeva. Perché, ha scritto il New York Times, le antenne non sono state alzate solo sul fatto specifico, ma anche sui profitti record realizzati alle agenzie di rating negli anni che hanno preceduto la crisi e che sono stati ottenuti consigliando l’acquisto di strumenti finanziari legati ai famigerati mutui subprime, ritenuti allora affidabili e proficui, senza prevedere il loro successivo deterioramento. Tanto è bastato perché  l’attivismo di Standard & Poor’s cessasse. Anche perché la città di Los Angeles, la contea di Manatee in Florida e quella di San Mateo in California hanno preso la cosa tanto sul serio da disdire i contratti che avevano con S&P, sottoscritti allo scopo di avere rating e valutazioni. Una mossa che sembra aver colto nel segno, anche se da sola non è certamente sufficiente a rivoluzionare un settore che ha molte cose da spiegare. L’ex-vicepresidente di Moody’s, William J. Harrington, analista per undici anni, nelle sue “confessioni” a Business Insider, ha affermato che le agenzie di rating operano oggi in oggettivo conflitto d’interesse. La prova? A suo avviso ci sono troppi responsabili di marketing che «aggiustano» i giudizi degli analisti per «far felice i clienti» ed evitare che si rivolgano alla concorrenza, analisti visti come «piantagrane» e quindi «minacciati» o licenziati se non si adeguano. Tutto vero? Chissa. Fatto sta che – come riferito da Finanza e Mercati –  Moody’s non ha denunciato Harrington per calunnia o diffamazione e si è rifiutata addirittura di commentare le sue dichiarazioni. Un atteggiamento che la dice molto lunga sui possibili scheletri che queste società, mentre sparano sentenze contro tutti e contro tutto, mantengono ben celati nei loro armadi.