A consulto sullo sviluppo (con l’incubo del… ’99)

Gran consulto a Via XX Settembre tra Giulio Tremonti – assistito dai colleghi Romani e Sacconi e dal sottosegretario Roberto Castelli – e i vertici di Confindustria e dell’Abi. Sul tavolo le iniziative da assumere per incentivare la crescita, fare occupazione e rilanciare i consumi. Il giorno dopo l’approvazione della manovra, il governo è già pronto alla fase due: quella che dovrebbe avviare lo sviluppo. Per ora il dibattito è allo stato interlocutorio anche se, dopo l’approvazione delle misure messe a punto dal governo per fronteggiare la crisi, l’emergenza non sfugge a nessuno.

Quella cartellina piena di cifre
Con le banche a corto d’ossigeno e in difficoltà per la loro esposizione sul fronte del debito, Emma Marcegaglia si è presentata all’incontro con la cartellina colma dei dati appena sfornati dal Centro studi di Confindustria, che ha rivisto in peggio le stime di giugno. Le prospettive non sono buone: in tre ore e mezza di confronto l’argomento più gettonato è stata la contrazione della crescita. Il Pil italiano – ha calcolato Confindustria – aumenterà dello 0,7 per cento quest’anno e di appena lo 0,2 per cento nel 2012. Colpa dei cambiamenti in atto a livello internazionale, ma anche della manovra che, per ora, certamente non aiuta. Da qui la necessità di dare corso in tempi brevi alla delega fiscale, realizzando anche la riforma dell’assistenza e di detrazioni e deduzioni.

La sortita di Emma
Una vera e propria selva, queste ultime, che comprende 476 voci per un ammontare di oltre 160 miliardi l’anno. Gli scenari economici tracciati dagli industriali disegnano la necessità che si inverta il trend attuale. Sulla base di questo stato di cose Marcegaglia non ha dubbi: l’Irpef sui lavoratori si deve ridurre e così pure l’Irap sulle imprese. E pazienza se, per fare questo, bisognerà aumentare l’Iva. In caso contrario, sottolinea la presidente degli industriali, l’anno prossimo il benessere, calcolato per gli italiani in termini di Pil pro-capite, sarà del 6,9 per cento inferiore a quello raggiunto nel 2007 e più o meno ai livelli del 1999.

Qualcosa le sfugge…
Il malato, in sostanza, ha bisogno di cure urgenti. Altrimenti prende corpo la possibilità che la società regredisca pesantemente, in termini di benessere ma anche di capacità di spesa e di qualità dei servizi.
Emma Marcegaglia non lo dice e, forse, nemmeno lo pensa. Ma volgendo lo sguardo all’indietro la leader degli industriali evoca scenari vecchi di dodici anni, in cui già erano evidenti segnali di una crisi che poi, l’11 settembre del 2001, ha imbrigliato, narcotizzato e poi indirizzato in direzioni diverse. Lo spauracchio del debito Usa c’era già, i fatti di Seattle avevano fatto emergere la paura di una catastrofe economica che faceva tornare alla memoria la depressione del 1929, c’erano i presupposti della bolla economica e l’euro, con tutte le sue problematiche, non era ancora nato. Poi arrivò l’attacco alle Torri Gemelle, che sconvolse il mondo e cambiò la storia. La Cina, indicata dagli Usa come un pericolo commerciale, vide aprire le porte del commercio mondiale ai suoi prodotti e potè conoscere un decennio di rapido sviluppo, gli Stati Uniti mobilitarono le loro energie per affrontare il terrorismo, venne dato corso alla guerra di Afghanistan e a quella irachena, tutto rientrò sotto traccia fino al 2007 quando fatalmente la bolla dei mutui subprime esplose in tutta la sua virulenza sconvogendo l’economia Usa e propagandosi poi anche all’Europa.

La “tregua” delle Twin Towers
La pentola era stata scoperchiata. La tragedia delle Torri Gemelle, che aveva messo il silenziatore alla crisi statunitense e aveva rallentato il crollo del mito americano, messo in discussione da un debito che ormai non si riusciva più a controllare, aveva interrotto la sua azione. Ma i problemi non erano stati rimossi. Con gli interventi degli Stati per salvare le banche il debito dal settore privato è stato trasferito al pubblico e i debiti sovrani hanno finito per diventare il problema principale (ieri un intervento coordinato di cinque banche centrali, con l’immissione di liquidità in dollari sul mercato interbancario, ha messo le ali ai listini europei  e Milano ha chiuso in crescita del 3,56 per cento). Dietro l’attacco all’euro oggi c’è tutto questo: non a caso l’Italia, che ha un debito pari a 1911 miliardi di euro, è stata individuata come uno degli anelli deboli su cui agire. Il nostro problema è quello della credibilità, ma anche delle garanzie da dare per fare fronte a questa situazione. Riforme strutturali, a partire da quella previdenziale, tagli alla spesa pubblica improduttiva, minore evasione fiscale, tasse più eque e una maggiore competitività del sistema sono i presupposti perché il collocamento di Btp e Bot possa avvenire senza traumi e senza che l’Italia si dissangui nel pagamento degli interessi. In caso contrario è la fine. Con un debito pubblico come quello italiano ogni anno paghiamo mediamente circa 70 miliardi in cedole ai sottoscrittori dei nostri titoli pubblici e  se lo spread con il bund tedesco crescerà ancora (ieri è tornato sotto quota 360) per farvi fronte sarà necessaria una manovra a settimana.

Gli interessi di categoria
Tenere sotto controllo questa situazione deve essere il primo obiettivo di ognuno di noi. La Marcegaglia, al contrario, sembra avere a cuore soprattutto i suoi interessi di bottega. In queste settimane tutta impegnata ad additare il governo al pubblico ludibrio sembra non rendersi conto che se si ammazza la pecora oggi non ci sarà nessuna possibilità di tosarla domani per avere la lana. Le esigenze degli industriali sono un fatto da non trascurare, ma anche lavoratori e pensionati hanno i loro diritti. Non si possono ridimensionare in un colpo solo retribuzioni, pensioni, contratti e tutto il resto. C’è da domandarsi, ad esempio, se valeva la pena di introdurre nell’articolo 8 della manovra quella deroga all’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori che ha finito per fornire argomenti alla Cgil e a chi si opponeva ai provvedimenti. Tra l’altro, tutto lascia credere che i sindacati, cui è demandata la possibilità di concordare a livello aziendale modifiche al contratto nazionale, si guaderanno bene dal farlo. E i risultati saranno pari a zero. In questo senso Giovanni Centrella, segretario generale dell’Ugl, è stato molto chiaro: «Un sindacato che intende davvero difendere i lavoratori – ha detto – non firma accordi aziendali in cui autorizza qualcuno a licenziare qualcun altro». Insomma, è tutto tempo perso. Sacconi se ne faccia una ragione. Ora come ora litigare su queste cose serve solo alla Camusso che pretende di esorcizzare la crisi ricorrendo allo sciopero generale.