Quelle occasioni mancate per migliorare il testo

Salta anche l’accordo di Arcore sulle pensioni di anzianità. Non se ne farà nulla. Disinformazione e demagogia alla fine hanno avuto ancora una volta la meglio. Una sollevazione degna di maggior causa, visto che la pietra dello scandalo, in questa occasione, era costituita soltanto da chi va in pensione di anzianità con quarant’anni di contributi, utilizzando gli anni della laurea e del servizio militare, che doveva lavorare qualche anno in più. Restavano fuori, invece, almeno stando alle indiscrezioni, quanti maturavano la pensione di anzianità sulla base del sistema delle quote (età più anni di contribuzione). L’obiettivo era impedire che persone con 57 anni di età percepissero l’assegno di previdenza (con le quote questo non avviene comunque prima dei 60 anni) nel momento in cui l’età media si avvicina ormai agli ottant’anni. È un bene o un male che il governo abbia fatto retromarcia anche su questo argomento? Per quanto ci riguarda il problema è un altro. Questi continui cambi di cavallo non giovano a nessuno: dividono gli italiani e allarmano i mercati.
Non siano tra coloro che avrebbero fatto le barricate per difendere lo stato di cose attuale in materia di pensioni d’anzianità. Ma, con ogni probabilità, non avremmo neppure iniziato un discorso tanto infido e improduttivo. Il Secolo d’Italia, fin dalla precedente manovra economica, aveva sollecitato il governo a lasciare da parte le alchimie e a fare due cose in grado di dare corpo alla svolta: la parificazione dell’età pensionabile (a 65 anni) tra le donne del privato e quelle del pubblico impiego, come ci chiede l’Europa, da subito e non in tempi biblici; la vendita di beni e di immobili di proprietà dello Stato. La sola parte immobiliare vale 300 miliardi e il resto pare ammonti a circa 500. Alienarlo e metterlo a reddito potrebbe portare a incassi tali da abbattere il debito, tranquillizzare i mercati e ridurre lo spread tra i nostri Btp decennali e il bund tedesco (attualmente viaggia sui 300 punti, ma a febbraio era di soli 150 e, nelle scorse settimane, ha raggiunto anche i 450). L’abolizione delle Province, poi, darebbe il senso di una nuova volontà di semplificare e risparmiare.
In un’intervista al Secolo d’Italia, rilasciata al momento del varo della prima manovra economica, il sottosegretario Guido Crosetto aveva rilanciato gli argomenti a sostegno di un robusto piano di privatizzazioni. Il nostro quotidiano, a più riprese, aveva articolato un’argomentata proposta di intervento sulla previdenza, con blocco delle indicizzazioni per quanto riguarda le pensioni d’oro e la parificazione dell’età tra le donne del pubblico e quelle del privato. Furono preferite altre strade ma la manovra, approvata a tempo di record, non è stata giudicata sufficiente dai mercati, che sono ripartiti con la speculazione rendendo necessaria la correzione di cui stiamo discutendo in questi giorni. Il rischio attuale è che se non ci muoveremo bene e senza tentennamenti neppure questa basterà. Con la montagna di debito che l’Italia ha sulle spalle ogni anno il Tesoro deve rinnovare circa 300 miliardi di euro di titoli pubblici che vanno in scadenza. E altri devono essere collocati sul mercato per coprire il nuovo deficit. Con lo spread ai livelli attuali questo significa che il Tesoro dovrà pagare tassi dell’ordine del 5,7 per cento spendendo il primo anno 4,5 miliardi e  il secondo 9. Altro che risorse per lo sviluppo: di questo passo saremo sempre più impegnati a tamponare il contingente, anche perché imprese e famiglie si vedranno costrette a sobbarcarsi ulteriori pesanti oneri per ottenere nuovi finanziamenti dalle banche, non essendo pensabili, nella migliore ipotesi, tassi interiori al 5,7 per cento che pagano i titoli pubblici.  
Mettere mano ai “gioielli” detenuti dallo Stato potrebbe, dunque, dare la scossa necessaria per invertire la rotta e avviare il percorso virtuoso in grado di portarci prima al pareggio di bilancio e poi al graduale abbattimento del debito. In ogni famiglia, tra l’altro, quando si hanno difficoltà economiche si vendono prima le proprietà possedute e solo successivamente ci si indebita con le banche. Lo Stato italiano deve imparare a fare altrettanto.
Recentemente Lamberto Dini, presidente della commissione Affari esteri del Senato, ha richiamato l’attenzione su Banco Posta. Nata in seno alle Poste e gestita attraverso gli sportelli postali oggi rappresenta la terza banca del Paese e da sola è in grado di garantire introiti dell’ordine del 30 o 40 miliardi che potrebbero tradursi in una minore quota di titoli pubblici da collocare sul mercato e, conseguentemente, in minori oneri per interessi. Si puo fare? Certo che si può (la Germania ci ha già preceduti), ovviamente avendo cura di non fare come è successo in passato al governo Prodi che ha finito per svendere sul mercato asset importanti come Telecom Italia. Senza contare che, in questo modo, se i tassi invece di aumentare diminuiranno, verranno date risposte concrete a imprese e famiglie, abbattendo il costo dei finanziamenti e quindi dando nuovo impulso ai consumi e alla crescita. Il Pil aumenterà e cosi pure le imposte, senza bisogno di far lievitare la pressione. Sui tempi medio-lunghi, poi, la lotta all’evasione potrebbe fare il resto.