Velardi: «Il Cav: è stanco ma ancora utile…»

L’annuncio della volontà di non ricandidarsi nel 2013, la fiducia in Alfano, le stoccate a Tremonti, il progetto di portare Letta al Quirinale: fa discutere l’intervista di Berlusconi a Repubblica. Ma, al di là dei nodi squisitamente politici, la chiacchierata de premier con il quotidiano di Ezio Mauro evidenzia soprattutto un Berlusconi psicologicamente mutato: più pacato, più umano. Ma anche stanco e consapevole dei propri limiti. Ma attenzione, avverte Claudio Velardi: Silvio serve ancora all’Italia. Anche solo – avverte l’ex spin doctor di D’Alema e della Polverini – per preparare il Paese al post-berlusconismo.

Allora, Velardi, perché proprio “Repubblica”? C’è sempre, da parte del premier, l’insofferenza per l’odio che circonda la sua figura e la conseguente volontà di spiegarsi e farsi capire?

A me sembra di intravedere in questo atteggiamento una grande sofferenza, che ovviamente si acuisce nel momento della difficoltà. Peraltro la richiesta fatta a “Repubblica” («Smettete di attaccarmi») è quasi disperata…

Perché?

Perché è evidente che non è chiedendolo che questo accadrà. Di certo “Repubblica” non smetterà ora di prendersela con il premier. Insomma, mi è sembrato evidente il segnale di difficoltà…

Peraltro il Cavaliere ha parlato per la prima volta dei suoi anni: «A 77 anni non posso più fare il presidente del Consiglio», ha detto… Anche questa è una novità, no?

Be’, direi che rientra nel processo che dicevamo prima. Peraltro in quell’intervista ha anche detto che non si ricandiderà: pure questa è un’ammissione che non aveva mai fatto prima…

Berlusconi ha detto che lascerà spazio ad Alfano e che lui si limiterà a fare il “padre nobile”. Ma questo ruolo è davvero nelle sue corde?

Dipende: il Berlusconi conosciuto sin qui certo non prevede un ruolo di questo tipo. Quello dell’intervista a “Repubblica”, invece, chissà… Del resto già con la nomina di Alfano si avvertiva questo cambio di mentalità. Anche se in forma delegata e calata dall’alto, quella designazione segnava inevitabilmente una consapevolezza nuova.

Lei parla di declino, io le suggerisco un’altra chiave di lettura: non è che il Cavaliere “ha messo la testa a posto”?

Sì, certo! È esattamente così. Ha messo la testa a posto. E questa potrebbe essere davvero una bella notizia.

In che senso?

Vede, secondo me – e parlo da osservatore, beninteso – il problema del post-berlusconismo è aperto e tutt’altro che risolto. E se dopo di lui c’è il vuoto può essere un trauma. Quindi la mia opinione è che Berlusconi serve. Serve per traghettare l’Italia verso ciò che verrà dopo di lui. In questo senso può davvero dare un contributo prezioso al Paese.
Andando su temi più strettamente politici, il premier ha ribadito che «l’intesa con Bossi è solidissima». È davvero così?
No. È evidente che i rapporti non sono distesi. Lega e Pdl sono, fra loro, in fase di stallo. Per ora l’alleanza regge, ma alla minima novità potrebbe rompersi.

Cosa ha impedito che i rapporti precipitassero?

Semplice: la Lega, ora come ora, non ha uno sbocco strategico, non sa immaginare il dopo Berlusconi. Nel 1994 ce l’aveva e fece cadere il governo. Oggi non ce l’ha, ma mi sembra evidente che i due partiti stiano insieme un po’ per forza.
L’altro rapporto controverso è quello fra Silvio e Tremonti. Peraltro le frecciatine al ministro sono stati gli unici elementi dell’intervista esplicitamente smentiti dal Cav…
Qui, però, le cose stanno in modo diverso e ben più serio.

In che senso?

Tra Pdl e Lega c’è un gioco politico e strategico, con tutto quel che ne consegue. Anche con Tremonti, ovviamente, entra in gioco questo elemento, ma qui, soprattutto, entrano in ballo altri fattori.

Quali?

L’unione europea e la situazione dei nostri conti.

Anche lei un fan delle politiche di contenimento del ministro?

Guardi, glielo dico sinceramente: io non ho stima per le politiche di Tremonti. Ma dubito che l’Italia oggi possa fare a meno di lui. Tutti devono stare attenti a toccare il ministro. Tremonti ha saputo creare una propria indispensabilità e questo lo sa anche l’opposizione. Che infatti non ha calcato la mano sulle vicende giudiziarie che lo coinvolgono. C’è poco da fare: Tremonti è oggi l’uomo che deve salvare il Paese.