Roma 2020:questa volta si può vincere

Roma ha gettato il guanto di sfida. L’enfasi di Mario Pescante, presidente del Comitato promotore della candidatura di Roma 2020, la dice tutta sulla carica arrivata ieri dal Campidoglio, dove l’assemblea comunale ha approvato la delibera per la formalizzazione del progetto. «Una delle accuse che si facevano è la frammentazione eccessiva del mondo politico italiano. Questa votazione a larga maggioranza è un elemento che favorisce molto la candidatura di Roma. È una partenza, molto avviata. Questo era il passo determinate», ha detto Pescante. Il vicepresidente del Cio ha fatto il punto sulle rivali. «Dopo la votazione di Durban», con cui il Comitato olimpico internazionale ha assegnato alla sudcoreana Pyeongchang i Giochi invernali del 2018, «abbiamo avuto anche un po’ di fortuna perché qualche concorrente l’abbiamo persa per strada. Il risultato negativo dei francesi (con Annecy, ndr) ha sconsigliato la candidatura di Parigi, che sarebbe stata non dico imbattibile, ma sicuramente molto ostica: è da più di cento anni che Parigi non ospita una Olimpiade. Forse – aggiunge Pescante – arriverà anche una candidatura statunitense, ma noi siamo qui, siamo già partiti e domani partiranno le lettere ufficiali. Quindi abbiamo lanciato il guanto di sfida, vedremo chi lo raccoglierà. Ci sono due o tre concorrenti, forse diventeranno di più, ma noi siamo preparati».
Una sfida che da qui fino al settembre 2013 a Buenos Aires, data e sede delle votazioni di assegnazione, si giocherà sul filo della diplomazia e della politica sportiva internazionale. Manuela Di Centa, pluricampionessa olimpica negli sport invernali, già membro Cio, oggi parlamentare Pdl, ha tutte le carte in regola per indicare i parametri giusti per vincere: «Sarebbe un errore sottovalutare le altre candidature. In molte occasioni si entra papa e si esce cardinale. Ci vuole cautela, diplomazia e puntare sulle carte giuste, che possano convincere il Cio». Ad esempio? «Roma 2020 dovrebbe esprimere una candidatura in armonia con i tempi». Un errore, per la campionessa di sci di fondo, «sarebbe quello di puntare su presentazioni faraoniche, che non siano in armonia con la storia e la sobrietà di Roma». Serve invece «un giusto mix tra storia e modernità», da presentare con una formula magica e vincente in tutti i campi: «La semplicità». 
Riccardo Agabio, vicepresidente vicario del Coni, prima da commissario tecnico delle nazionali azzurre e poi da numero uno della ginnastica italiana, ha avuto modo di studiare decine di eventi sportivi mondiali e un buon numero di edizioni olimpiche: «Sono ottimista, stavolta possiamo farcela perché sotto il coordinamento di Pescante la squadra messa insieme dal presidente del Coni, Gianni Petrucci è in grado di superare la concorrenza di chiunque. Madrid e Istanbul sono rivali temibili, ma il team è esperto, qualificato e motivato». E poi, insiste Agabio, «Roma è una città unica al mondo che può contare su una  capacità attrattiva fuori dal comune». Senza contare i successi organizzativi. «All’estero abbiamo ricevuto apprezzamenti per l’allestimento impeccabile di eventi mondiali come  il Gran Prix d’atletica e i campionati del mondo di nuoto, questo è un know how che ci viene riconosciuto e sul quale possiamo fare affidamento». Per il numero due del Coni, Roma 2020 potrà superare le altre rivali se sarà in grado di far vivere lo stesso spirito olimpico dell’edizione del 1960. «Furono i Giochi che esaltarono l’aspetto umano, era ancora lontana la commercializzazione dell’evento. L’antitesi di quella che è stata invece la pagina meno felice della storia delle Olimpiadi, Atlanta 1996». Quelle Olimpiadi del centenario finirono a sorpresa nella città della Coca Cola, quando la candidata data per vincente era Atene. Che venne risarcita quattro anni più tardi a discapito proprio della candidatura romana. «Non va ripetuto l’errore che fece il comitato olimpico di Roma 2004 – ammonisce Marcel Vulpis, direttore dell’agenzia di stampa Sport Economy  – nel 1997 in Svizzera la nostra delegazione andò sicura della vittoria, ma fu battuta anche perché in Italia non eravamo tutti uniti su questa candidatura». L’aspetto politico resta decisivo: «La compattezza è fondamentale. Se nel 2013 ci si dovesse presentare con un governo di centrosinistra sarebbe un problema in più perché con un nuovo orientamento politico non mi stupirei se ci fossero dispetti interni a discapito della candidatura. Del resto siamo il paese dei guelfi e dei ghibellini». E poi, spiega il giornalista economico, non va dimenticato l’aspetto economico. «Per aggiudicarsi un’edizione dei Giochi ci vogliono almeno tra i trenta e i quaranta milioni di euro di campagna d’investimento. E non possiamo illuderci che il Colosseo ci faccia vincere per diritto divino. Non si vince solo con l’immagine, infatti non è un caso che negli ultimi tempi abbiamo inanellato una serie di sconfitte, tutte le volte che abbiamo provato a organizzare qualche evento». L’elenco di Vulpis è nutrito: «Abbiamo perso due volte per i mondiali di rugby, una volta per il basket, una volta per gli europei di calcio del 2016, dove siamo arrivati terzi, dietro anche alla Turchia». Allora come si fa a vincere? «Con grandi relazioni internazionali e con ingenti investimenti. Il governo giapponese ha già pianificato, qualora dovesse presentare la candidatura di Tokio, 3,5 miliardi di dollari in infrastrutture». Quanto costa un Olimpiade? «Dai 15 ai 20 miliardi di euro, minimo. Ma l’impatto di un’Olimpiade, la “legacy”, l’eredità, può cambiare la storia di una nazione. Prendete Barcellona. Le Olimpiadi del 1992 l’hanno fatta diventare una metropoli internazionale».