«Restiamo, ma gli afghani facciano di più»

«Non dico che bisogna andarsene, ma che bisogna accelerare». Margherita Boniver è convinta che «l’orizzonte temporale del 2014 per il ritiro del contingente militare dovrà essere anticipato». La parlamentare del Pdl spiega di parlare «a titolo personale», ma chiarisce che la sua analisi viene dalla valutazione oggettiva della situazione in Afghanistan, da cui arrivano «più che altro cattive notizie».

Anche lei si iscrive al partito di chi, di fronte ai caduti, invita a ripensare le missioni?

Non mi riferisco solo ai lutti intollerabili che colpiscono l’Italia e non solo. Penso per esempio al recente assassinio del fratello del presidente Karzai, che non era solo un parente stretto. Era anche l’indiscussa autorità di una vasta area del Sud del Paese, l’area di Kandahar, e un uomo di fiducia della Cia. La sua morte non ha avuto un valore simbolico, ha reso più fragile una situazione già molto fragile. Il vero tema è la situazione politica interna, che non promette nulla di buono, anche per lo stallo in cui si trovano l’esecutivo Karzai e il parlamento afghano dopo le contestatissime elezioni.

Ma in questi anni si è sempre detto che la presenza internazionale doveva servire proprio ad accompagnare il Paese verso la stabilità…

La stabilità e la sicurezza. Ma ormai i contingenti internazionali sono lì da dieci anni e stabilità mi sembra una parola esagerata, mentre la sicurezza è proprio il motivo per cui purtroppo muoiono anche i nostri soldati.

Il tema della sicurezza dei soldati è stato uno degli argomenti di riflessione di ieri. Pensa che si debba fare di più?

Sono stata innumerevoli volte a fare visita al nostro contingente e non posso pensare neanche per un istante che i nostri comandanti non stiano facendo tutto quello che possono fare. Detto ciò, di sicurezza si può parlare solo per alcune zone sotto il controllo del contingente internazionale, mentre l’offensiva talebana continua ed è molto lontana dal cessare.

E quindi cosa andrebbe fatto?

Accelerare sull’addestramento delle forze armate e di polizia afghane e sulla soluzione politica, per arrivare a un accordo negoziato che metta fine a una vera guerra civile.

Perché ci si dovrebbe riuscire ora e in meno di tre anni?

Diciamo che finora questi processi sono andati avanti lentamente e che ora è il momento di accelerare. Di accelerare, non di abbandonare. La fase più complicata è il raggiungimento della soluzione politica, anche perché in Afghanistan si combattono tante guerre: la guerra contro il terrorismo; quella fra pasthun al governo e talebani; quella della droga, che è non poca cosa; la guerra dei contractors, che pare siano diecimila. Sono tanti filoni, ma per la soluzione – che ancora non è emersa – serve il colloquio con i talebani pronti a deporre le armi. Da qui in Afghanistan si potrebbe arrivare a una situazione di pace negoziata.

Le condizioni perché ci si arrivi ci sono?

Per dire che ci siamo, ancora no. Ci sono stati contatti riservati tra Karzai e i talebani, tra gli americani e i talebani, ma ancora non si è arrivati al traguardo. Bisogna accelerare.

E se si rangiungesse solo l’obiettivo della formazione delle forze di polizia, bisognerebbe anticipare o no il ritiro della missione?

È necessario che ci siano passi in avanti in tutti i settori, ci vogliono più risultati, ma non tutto può stare sulle spalle dell’Occidente. Bisogna che anche gli afghani facciano di più.