Quello che… gli anti-casta non dicono

Più una marea di fango che un’ondata di passione civile. La campagna di stampa sui privilegi della casta, che periodicamente riemerge nei momenti più critici per il Paese, anche stavolta trova canaloni di demagogia dentro i quali far scorrere le accuse ai politici per distrarre l’opinione pubblica dai provvedimenti dolorosi ma necessari del governo. Dopo giorni di articoli sui giornali contro la casta, nel fine setttimana anche sul web è esploso il fenomeno della caccia al politico, anche grazie alle rivelazioni anonime di un “precario di Montecitorio” che ha raccolto oltre 200mila euro sulla sua pagina di Facebook. In pochi si chiedono se tutto questo improvviso interesse sui costi della politica non sia frutto di un’interpretazione ipocrita del momento di difficoltà che vive il nostro Paese, il tentativo di  scaricare sulla classe dirigente i costi “sociali” di una recessione internazionale che scatena sciacalli e demagoghi ma non fornisce alcun aiuto concreto, se non quello di buttarla in “caciara”.

Sansone e i filistei
In pochi si chiedono se sia giusto e utile sostenere la tesi che un’èlite di parlamentari fannulloni sia il problema dell’Italia e che debbano finire nel mirino degli italiani per dare sfogo alle frustrazioni di chi coltiva più invidia sociale che obiettività di giudizio. La stessa casta dei giornalisti, che vive di contributi pubblici (che in alcuni casi sostengono stipendi da nababbi), ha gioco facile nel criminalizzare stipendi e benefit dei parlamentari, ma difficilmente si pone il problema dei propri privilegi. Anzi, gli stessi giornalisti, quando c’è da toccare un totem che ne può mettere in discussione i propri recinti dorati, come l’Ordine, si ribellano e gridano alla cospirazione. Come accade, e ne abbiamo esempi recenti, quando si cerca di mettere mano ad altre caste, come quelle degli avvocati, dei magistrati, dei medici. I politici, però, tirano sempre di più nell’immaginario degli italiani arrabbiati, perché esprimono il potere, che in quanto tale è già qualcosa da descrivere come un peccato originale. Ecco che così il fenomeno della casta, che in termini di costi sulle casse dello Stato rappresenta una cifra insignificante rispetto al bilancio di un Paese come l’Italia, finisce per diventare un argomento su cui fomentare una rivolta sociale. Il tema dell’abolizione delle Province, che in tanti cavalcano senza dire che con la loro cancellazione si metterebbero per strada decine di migliaia di lavoratori, è un tipico esempio di facile demagogia. Peraltro, i politici che più volentieri cavalcano la marea dell’antipolitica, sono anche quelli che a privilegi, rimborsi e indennità, non hanno mai rinunciato, anzi. E di fare il primo gesto non ci pensano nemmeno. Per questo motivo, il fango dell’antipolitica, che a sinistra vorrebbe cercare di colpire solo il centrodestra, finirà inevitabilmente per travolgere tutti, se non si cercherà di riportare la discussione nei termini giusti. La logica del “muoia Sansone con tutti i filistei” potrebbe non lasciare vincitori sul campo, ma solo la sconfitta di una classe dirigente incapace di comunicare con un Paese al quale ha fornito essa stessa una ghigliottina da utilizzare. Chi governa ruba, se ne approfitta, fa la cresta: a chi conviene generalizzare e urlare slogan così?

I politici cavalcano
«È arrivato il momento per tutti i cittadini di urlare forte: “Basta con la casta!”, strepitava ieri su Facebook Antonio Di Pietro, che propone per la fine di settembre per una manifestazione di dimensioni mai viste contro la casta al potere. Cioé, anche contro se stesso. «Se continueranno a difendere i loro privilegi, come hanno fatto bocciando ripetutamente in Parlamento le nostre proposte per l’abolizione delle province, dei vitalizi, delle auto e dei voli blu – prosegue – ci sarà una ribellione sociale senza precedenti. Ma occorre una grande mobilitazione d massa perché non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire», dice Tonino, come se lui non avesse speso un euro dei milionari rimborsi che anche il suo partito percepisce. Perfino il Pd, che pure ieri ha presentato una proposta anti-casta, sente odore di demagogia:  «Di Pietro è il leader di una forza parlamentare che rispetto ma che sino ad oggi ha usato i temi dei costi della politica solo per tentare, disperatamente, di ricavarne un tornaconto elettorale. Spesso le proposte dell’Idv erano solo spot», dice  Dario Ginefra al suo alleato.

Le ironie su Fini
L’altra faccia di Di Pietro è quella di Gianfranco Fini, che da anni promette battaglie contro gli sprechi e proprio adesso sembra avere urgenza di farle. Domenica l’ha addirittura promesso a quelli del Fatto quotidiano. «Metterò a punto le proposte di riduzione dei costi e di trasparenza, che entro luglio saranno discusse dall’Ufficio di Presidenza e votate in aula prima della pausa estiva», ha annunciato. Ma sul sito del quotidiano nessuno gli ha creduto, anzi, s’è scatenata una gara di sfottò: «Fini, vuoi limitare i tuoi privilegi? Rinuncia a una parte del tuo stipendio o dei tuoi privilegi, e il gioco è fatto», dice un lettore. «Facile fare i solidali solo con la lingua eh? Trovo commovente che il Fatto dia ancora credito a questo politicante che ha partecipato a tutte le peggio cose degli ultimi 20 anni, per poi mettersi a fare la verginella come se nulla fosse …», attacca un altro. «Parole, parole, parole…», è la sintesi finale del boomerang finiano.