Quei cattolici in cerca di una nuova casa comune

Titolava ieri «Il retroscena» di Repubblica: «Quel vertice segreto voluto dal cardinal Bertone per la nuova Cosa bianca». In realtà, l’articolo trattava di un tema che è oggetto di pubblico dibattito da settimane e che, semmai, in questa fase si è fatto più pressante: l’unità del mondo cattolico in politica o, se si preferisce, la sua collocazione alla luce di valori e obiettivi condivisi anche al di là delle attuali appartenenze.

La prospettiva bipolare

Anche la giornata di ieri è stata segnata da un confronto aperto su questo tema. Al Tempio di Adriano, a Roma, si è svolto il convegno “Il dialogo tra cattolici, premessa necessaria per una nuova stagione politica fondata su un’etica condivisa”, promosso da Rinascita Popolare di Publio Fiori e dalla Fondazione della libertà, presieduta da Altero Matteoli. «Io sono abituato a non parlare di due cose: magistrati e preti. Lasciamo fare e vediamo come si muovono», ha detto Matteoli, liquidando con una battuta la questione del “vertice segreto”. Piuttosto, il ministro ha preferito parlare del contesto in cui questo rinnovato attivismo del mondo cattolico e della stessa Chiesa si inserisce. Due dati: la necessità di dotare i partiti di una vera organizzazione, senza la quale non riescono a garantire il primato della politica, e la prospettiva bipolare, da cui non si torna indietro.

Ripensare i partiti
Il fermento nel – e intorno al – mondo cattolico si spiega anche alla luce della cornice indicata dal ministro delle Infrastrutture e il mondo cattolico per primo dà segnali in questo senso. Più o meno un mese fa il Centro di orientamento politico, un think-tank vicino al centrodestra e presieduto da Gaetano Rebecchini, ha scritto un «Appello per una nuova stagione politica» in cui si leggeva, tra l’altro, che «occorre un serio ripensamento sui partiti politici nazionali, così come attualmente concepiti, organizzati e gestiti». Ora che quel “ripensamento” è diventato operativo con l’elezione di Angelino Alfano alla segreteria del Pdl il dibattito accelera il passo e chiama tutti a un’assunzione di responsabilità e, anche, a una scelta. Ne è consapevole anche il Pd. Diceva ieri Rosy Bindi: «I cittadini non possono essere espropriati del diritto-dovere di scegliere la coalizione di governo e i propri rappresentanti in Parlamento. Questo vale anche e direi soprattutto per i cattolici italiani che nel bipolarismo possono trovare le ragioni più autentiche e vitali del loro contributo alla politica. Oggi la nostra funzione, al di là delle convinzioni politiche di ciascuno è valorizzare l’alternanza di governo, la chiarezza di programmi e proposte alternative, l’assunzione di responsabilità alla luce del sole, la fiducia tra eletti ed elettori».  

La Chiesa e il dopo Berlusconi
In qualche modo, l’elezione di Alfano alla segreteria del Pdl ha dato una scossa e ha reso concreta l’idea di un cambiamento. Non a caso, la riunione di lunedì, voluta dal segretario di Stato Vaticano e organizzata nella chiesa salesiana del Sacro cuore di Gesù a Roma, era stata convocata per parlare delle prospettive del “dopo Berlusconi”. A confronto c’erano personalità del mondo cattolico che ora hanno collocazioni diverse: i centristi Rocco Buttiglione, Savino Pezzotta, Paola Binetti e Lorenzo Cesa, il democratico Beppe Fioroni e il pidiellino Beppe Pisanu, oltre al segretario della Cisl Raffaele Bonanni e una folta rappresentanza del mondo dell’associazionismo cattolico, dalla Compagnia delle Opere alle Acli, fino ai focolarini, alla comunità di Sant’Egidio e agli scout.

Il riferimento è il Ppe

«La scomparsa ineluttabile e definitiva dell’unità dei cattolici era diventata un tabù. Uno stanco ritornello che ha frenato tutte le iniziative. Ora quel tabù è caduto e su questo siamo tutti d’accordo», diceva su Repubblica Rocco Buttiglione, spiegando che il mondo cattolico «se fosse un partito avrebbe il suo riferimento nel Ppe». Non è una posizione nuova da parte del presidente dell’Udc, che proprio in un’intervista al Secolo di un paio di settimane fa aveva spiegato che, se Berlusconi nel 2013 lascerà la leadership, «potrebbe formarsi un grande partito sul modello del Ppe che restituisca l’unità perduta tra tutti i moderati, un po’ come accadde in Francia con l’addio a Chirac». «Più passa il tempo e più mi convinco – ha poi precisato Buttiglione – che alle prossime elezioni in campo rimarranno due poli e uno sarà quello dei moderati».

Con chi stare alle elezioni?
È la vera novità di questa fase del dibattito: le considerazioni di carattere elettorale. Finora del ruolo dei cattolici si parlava in termini pressoché esclusivamente politici. Ora, a quelli, si affianca la riflessione su come e con chi presentarsi agli elettori. Non è solo per l’approssimarsi della fine della legislatura. È, prima di tutto, per quel contesto politico e bipolare delineato da Matteoli. Lo stesso Alfano lo ha richiamato con forza, facendo della costituente popolare del centrodestra la prima bandiera della sua segreteria e auspicando con forza la ripresa del dialogo e della collaborazione con l’Udc. «Non credo che con Casini le strade siano destinate a restare in eterno separate», ha detto il neosegretario a Mirabello, spiegando di avere «grande rispetto per Casini».

Per evitare lo zapaterismo

Sempre a Mirabello, nella giornata conclusiva di domenica, anche Maurizio Gasparri ha dedicato gran parte del suo intervento alla collocazione dei cattolici e alla necessità di coinvolgerli nella costruzione della nuova casa dei moderati. «Dobbiamo cercare – ha detto il capogruppo dei senatori del Pdl – una ricomposizione non sulla base delle persone, ma sulla base di valori alti» per «evitare sul nascere uno zapaterismo italiano», perché «se i moderati si presenteranno divisi all’appuntamento elettorale non potrà che vincere la sinistra, secondo lo schema che si è visto nel 1996 per la prima volta». «E a quel punto – ha chiesto Gasparri – che tipo di legislazione ci sarà sui temi essenziali per il mondo cattolico come la vita, la famiglia, il no alle coppie gay, eccetera?».

«Non sottovalutate Alfano»
Ieri, intervistata dal Messaggero, anche il ministro dell’Istruzione Maria Stella Gelmini si augurava che «il leader dell’Udc non commetta un errore di valutazione». «Il rapporto tra Pdl e Udc sarebbe naturale perché governiamo in tanti Comuni e facciamo parte della stessa famiglia europea». Per la Gelmini, però, Casini non dovrebbe «subordinare il dialogo e l’alleanza all’uscita di scena del Cavaliere», fatto che «rischia di diventare un alibi e non considera nel dovuto modo il ruolo di Alfano».