È pura follia. La politica non c’entra

«Non vorrei analizzare il fenomeno come un investigatore o come un moralizzatore. Il vero nodo è compiere un salto e concedersi un’altra possibilità: leggere l’evento senza pregiudizi ideologici e guardando negli occhi la potenza sovversiva del male. È necessario rifuggire dalle semplificazioni (che sono utili ad un certo giornalismo) e sopportare il peso della complessità del gesto». Per Nuccio Bovalino – giovane sociologo allievo di Alberto Abruzzese e Michel Maffesoli – parlare della tragedia di Oslo significa fare i conti non con una questione politica, ideologica ma «con gli aspetti chiave che ci porta davanti agli occhi la società post-moderna».
 
D’accordo, ma chi è Anders Behering Breivik?

I sociologi per anni hanno creduto che fosse loro compito schematizzare, giudicare e sistematizzare persone, eventi, gruppi. Ma la realtà ha sopraffatto ogni tendenza e  ogni volontà prometeica e razionalista. Per comprendere il sociale bisogna immergersi nella banalità delle vite comuni, nella quotidianità. Ecco perché bisogna considerare Breivik il sintomo di una società che a causa dell’effetto destabilizzante provocato dalla globalizzazione è costretta purtroppo a creare icone sia positive sia negative che diano polarità di riferimento.

E invece c’è chi ha messo in mezzo proprio l’ideologia – per quanto confusionaria e contraddittoria – come movente dell’azione dell’attentatore.

In realtà non vi è politica, né ideologia nel gesto di un uomo che, dalle notizie ricavate, pare che avesse come vero nemico se stesso. Mi spiego. La cultura postmoderna ha una duplice sembianza: il nuovo aspetto reticolare che consente il convivere fra elementi opposti, creando una ricchezza espressiva affascinante, ma allo stesso tempo innesca dei meccanismi per i quali si mescolano filosofia, tecnologia, presente, futuro. Storia e videogame. Il tutto in maniera pericolosa. La sua pagina facebook, che ormai è divenuta punto di riferimento nelle indagini per le anche involontarie indicazioni che può offrire, in questo caso, è rivelatrice. Machiavelli, videogame e serie televisive. Il suo gesto appare un “pastiche” delirante. Un guerriero virtuale in un mondo reale. Un individuo che cerca di strumentalizzare frammenti di cultura filosofica e di cultura pop televisiva per giustificare le proprie ossessioni.

Ma perché utilizzare quei riferimenti che vanno da Orwell a “300”, dall’anticomunismo all’antifascismo passando per le tematiche tanto care ai neocon?

Il suo era un pantheon complesso. Un saccheggio di idee e pensiero che ne dimostra la fragilità e l’inconsistenza umana. Non si deve cadere nell’errore di additare un mondo culturale e legarlo a tali degenerazioni. Se dovessimo seguire questo ragionamento potremmo fare il gioco caro agli “apocalittici” dei media, auspicando la sospensione di un telefilm come Dexter, caro a Breivik. Dexter è un giustiziere privato: lavora nella polizia scientifica ma usa il suo ruolo privilegiato per scovare prima dei colleghi killer e assassini e fare giustizia da sé. Pare rivivere in Breivik tale volontà messianica di redenzione privata del mondo. Ma è una sciocchezza assoluta solo immaginare un legame, bisogna porre la questione come è: Breivik è un folle, che strumentalizza la realtà a fini privati.

Che ne pensa del fatto che si passa da una semplificazione – tutti gli islamici sono potenziali terroristi – a un’altra: ossia è il momento del pericolo estremista?

È la semplificazione di cui prima accennavo. Ossia il dibattito su vero e verosimile. Appena è stata diffusa la notizia, in un primo momento è stato chiamato in causa il terrorismo islamico, ma ciò che appariva verosimile si è rivelato falso. Ciò è legato alla mediatizzazione della realtà. La società dell’informazione richiede una velocità espressiva che impedisce di ragionare sugli eventi. Si cristallizza il luogo comune. Ma la notizia che il gesto era stato compiuto da un uomo che si autodefiniva un cristiano di estrema destra ha paradossalmente invertito il vero in verosimile. Per capirci, la “verità” del gesto non sta in un’idea, ma nell’instabilità dello stragista. La sua idea malsana di mondo sta alla base del gesto, non vi è ideologia. Non bisogna strumentalizzare un folle, altrimenti si compie la stessa operazione degli islamofobi. Ciò che i media avrebbero dovuto fare è isolare e svuotare di ogni aspetto culturale e politico un gesto che è insano.

Come mai ogni volta che si vuole simboleggiare il “male” – lo hanno fatto i punk, gli hell’s angels – ritorna una certa iconografia?

La grande colpa della società moderna è l’aver voluto anestetizzare la realtà, illudendosi di poter racchiudere il mondo nelle dicotomie buoni/cattivi, bene/male. In nome del progressismo e della razionalità si è creduto di poter ghettizzare il male che è invece insito nella società, fisiologicamente. Tale processo “chirurgico” necessitava di capri espiatori,  di “discariche emotive”. Il gioco è stato semplice: ciò che non rientrava nei paradigmi della cultura dominante è stato etichettato, marchiato come luogo del male. Si è voluto creare l’immaginario del nemico, tralasciandone ogni aspetto positivo. È questa la dinamica che ha colpito fenomeni irregolari come il punk o come i famigerati motociclisti americani.

Esiste una soluzione?

Forse accettare che non vi è possibilità di isolare il bene in maniera tecnicistica. Siamo parte di un mondo che cela ombre anche dove vi è luce. Bisogna abbandonare le superstizioni dei “migliori” per creare una cultura del confronto che non lasci spazio a ghettizzazioni a lungo termine nocive, consentendoci di intervenire preventivamente sulle degenerazioni individuali.