Passigli ko: il Bottegone lo scarica

Tregua armata al Bottegone sulla riforma elettorale, non guasta chiamare ancora così il Partitone democratico visto il metodo da soviet con cui la dirigenza bersaniana ha voluto mettere a tacere i mal di pancia referendari per mandare in pensione la legge elettorale vigente.
Basta con la raccolta di firme per il ritorno al proporzionale su iniziativa di quel rompiscatole di Stefano Passigli, si fermino le macchine, ha intimato il capo Bersani, che di tutto ha bisogno meno che di vedere evaporare in mille rivoli quel pizzico di compattezza conquistata a fatica dopo amministrative e referendum.  Per neutralizzare chi punta al salto nel vuoto, anzi all’indietro, come il professore dal passato nel Partito repubblicano (che si sospetta abbia il sostegno sotterraneo dei dalemiani, anche se Massimo D’Alema smentisce), un Bersani molto indispettito ha alzato la voce chiedendo a tutti di lasciare perdere con i capricci referendari perché «le leggi si fanno in Parlamento».
Un disarmo bilaterale perché di referendum ce n’è in piedi un secondo, quello proposto da Pierluigi Castagnetti, Arturo Parisi e Walter Veltroni  (sempre pronto a “sacrificarsi” per il bene della causa comune) per ripristinare il Mattarellum (collegi uninominali, 75 per cento di maggioritario e 25% di proporzionale). Praticamente un quesito costruito su misura contro il professore (Passigli, non Prodi). Bisognerà aspettare la direzione nazionale di martedì prossimo convocata  “ad hoc” per sapere chi avrà vinto sul serio mentre Francesco Rutelli, che ieri ha incontrato Fini, si diverte a scompaginare il quadro facendo dire al suo vice Pino Pisicchio di essere pronto a prendere sulle sue spalle il testimone di Passigli («se lascia la partita, la riprenderemo noi»).
«Se ora qualcuno pensa che possiamo tornare allegramente a dividerci senza pagare pegno, è irresponsabile», avverte la vicepresidente del Pd Marina Sereni in vista del redde rationem del 19 luglio.
Ma i referendari sembrano assolutamente decisi ad andare avanti e passare l’estate a raccogliere firme, con banchetti tenacemente contrapposti. Passigli, infatti, non l’ha presa molto bene, per ora si allinea alla richiesta di altolà ma parla di moratoria in attesa di riprendere fiato. In queste ore sta lavorando per convocare il comitato referendario («Riprendiamoci il voto, contro il Porcellum», l’ha chiamato), che annovera un po’ di big della società civile come si usa in questi casi, per limare la proposta che ha per cardine il no alle liste bloccate e al premio di maggioranza.
Si ferma o disubbidisce? Si fermerebbe pure,  ma a patto che gli altri facciano lo stesso, in pratica chiede ai promotori del controreferendum di sedersi intorno allo stesso tavolo per uscire dal cul de sac («un incontro che verifichi la possibilità di un’azione comune»).
Una richiesta che Veltroni fa sua per riappropriarsi del boccino ed ergersi ad alfiere del bipolarismo contro i tentativi di restaurazione dei compagni che sbagliano. «Apprezzo la disponibilità mostrata alla sospensione della raccolta delle firme, ma rischia di avere un carattere temporaneo, mentre sarebbe più giusto ritirare definitivamente tutti i quesiti e sgomberare il campo per consentire un impegno unitario contro il Porcellum». Parole messe “nero su bianco” in una lettera ai promotori del referendum Passigli, ospitata da Repubblica. L’ex sindaco di Roma, smessi i panni del buonista, non va tanto per il sottile nei confronti del collega: «Se andasse avanti la proposta Passigli l’esito sarebbe chiaro, un sistema proporzionale, con una soglia di sbarramento al 4%, l’abolizione del premio di maggioranza e, infine, la permanenza delle liste bloccate. Non ci sarebbero preferenze, non ci sarebbero collegi uninominali e resterebbero le liste decise dai vertici di partito perché la scheda elettorale, non modificata dal quesito, non prevederebbe gli spazi per indicazioni nominali». Il rischio sostanziale, il danno d’immagine è già un dato di fatto, è quello di tornare ai tempi dei governi «contrattati stile Prima repubblica e il tutto con un sistema dei partiti che non è certo più quello ereditato dalla Resistenza».
Sarà pure cambiato il vento, come certifica la Festa dell’Unità, ma all’ombra delle Botteghe Oscure si continua a litigare e a dilaniarsi come sempre, unico collante l’antiberlusconismo, che però sta perdendo appeal pure agli occhi dei militanti più ossequiosi. Per il resto è un gioco di veti incrociati  teso, è il parere di un democrat come Giorgio Merlo, a lasciare che tutto cambi perché nulla cambi («Dopo la pagliacciata dei referendum contrapposti nati all’interno del Pd, forse è arrivato il momento affinché il partito presenti una sola proposta. Chi intende rompere questa unità interna lavora direttamente per non modificare il Porcellum»).
Insomma ancora derby, stavolta tra vecchie volpi bipolariste e nostalgici della Prima repubblica. Ora che il berlusconismo sta volgendo al termine  – ragiona Veltroni – si apre la possibilità per questo «fantastico e sfortunato paese di conoscere finalmente un bipolarismo vero, insomma c’è bisogno di unità». Ma l’appello si infrange contro gli eredi dei vecchi cespugli e qualche distrazione di troppo. Come sul voto per l’abolizione delle Province. «Pensavo che si dovesse votare a favore dell’abolizione. Mi sono attenuto alle decisioni del mio gruppo, ma penso che abbiamo perso una grande occasione per far capire che il Pd è alla testa di un movimento per rendere la democrazia più forte e più lieve». Parola di Veltroni