Mondadori, 560 milioni a De Benedetti

Una «forsennata aggressione» a Berlusconi, «un esproprio» rispetto al quale Fininvest «non si lascia intimorire» e per il quale non verrà versato dall’azienda «neppure un euro». È furiosa la presidente della Fininvest Marina Berlusconi dopo la sentenza della seconda corte d’Appello di Milano che ieri, a mercati chiusi, ha condannato l’azienda milanese a versare alla Cir di De Benedetti il maxirisarcimento da 540 milioni di euro (a cui si sommano 20 milioni di euro di spese legali e interessi legali) nell’ambito del processo sul lodo Mondadori. I giudici, inoltre, hanno precisato di «ritenere, ai soli fini civilistici del presente giudizio, che Silvio Berlusconi sia corresponsabile della vicenda corruttiva per cui si procede». E ora, per il Cavaliere, resta il (già annunciato) ricorso in Cassazione. La sentenza, tuttavia, è «immediatamente esecutiva» e il semplice ricorso alla Suprema corte non la può sospendere. Fininvest, a meno che Cir non abbia già riscosso il maxirisarcimento, contestualmente al ricorso in Cassazione può però ancora fare istanza ai giudici di secondo grado per chiedere di sospendere l’esecuzione ritenendo che da essa «possa derivare un grave e irreparabile danno». In tutto questo l’unica magra consolazione, per il Cavaliere, è il maxisconto che ha ridotto il risarcimento da 750 a 560 milioni di euro. La riduzione si deve alla consulenza tecnica d’ufficio volta a verificare «se fra giugno 1990 e aprile 1991 siano intervenute variazioni dei valori delle società e delle aziende oggetto di scambio tra le parti». Ma, a prescindere dallo sconto di 190 milioni, la sentenza fa comunque rumore.

L’ira di Marina

Particolarmente battagliera e indignata, come detto, Marina Berlusconi che sulla decisione dei magistrati milanesi ha usato parole di fuoco: «È una sentenza – ha detto – che sgomenta e lascia senza parole, rappresenta l’ennesimo scandaloso episodio di una forsennata aggressione che viene portata avanti da anni contro mio padre, con tutti i mezzi e su tutti i fronti, compreso quello imprenditoriale ed economico». I legali dell’azienda, chiarisce, stanno già studiando il ricorso in Cassazione. «Anche di fronte ad un quadro così paradossale e inquietante, non ci lasciamo però intimorire», sottolinea Marina, aggiungendo: «Siamo certi di essere assolutamente nel giusto». La presidente di Fininvest spiega che il risarcimento rappresenta «una somma addirittura doppia rispetto al valore della nostra partecipazione in Mondadori» e che comunque «neppure un euro è dovuto da parte nostra, siamo di fronte ad un esproprio che non trova alcun fondamento nella realtà dei fatti né nelle regole del diritto».

La “Guerra di Segrate”

La vicenda che è all’origine dell’ultima sentenza fa riferimento alla cosiddetta “Guerra di Segrate”, ovvero allo scontro, avvenuto tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta, tra Silvio Berlusconi e Carlo De Benedetti per assicurarsi il controllo di Mondadori. Tutto iniziò nel 1988, quando con l’accordo Formenton-Cir De Benedetti tentò di avere la maggioranza nella società allora controllata dall’Ingegnere, da Berlusconi, da Mondadori e Formenton. Accordo che tuttavia saltò, secondo l’accusa, per le pressioni di Fininvest. Il primo lodo arbitrale sulla vicenda, risalente al 1990, fu favorevole alla Cir e consegnò a De Benedetti il controllo del 50,3% del capitale ordinario Mondadori e del 79% delle privilegiate. Nel 1991, tuttavia, la Corte d’Appello di Roma, dichiara che, dato che una parte dei patti dell’accordo del 1988 tra i Formenton e la Cir era in contrasto con la disciplina delle società per azioni, era da considerarsi nullo l’intero accordo e, quindi, anche il lodo arbitrale. Il ribaltamento di fronte favorisce Berlusconi. Poco dopo, tuttavia, Fininvest e Cir raggiungono un accordo: la transazione in sostanza attribuisce la casa editrice Mondadori, Panorama ed Epoca a Belusconi, che riceve anche 365 miliardi di conguaglio, mentre La Repubblica, l’Espresso e alcune testate locali a De Benedetti. Tutto si riapre, però, quando una sentenza stabilisce che la decisione  del 1991 sfavorevole a De Benedetti sarebbe stata comprata corrompendo il giudice estensore Metta con 400 milioni provenienti da Fininvest. Cir chiede quindi un maxirisarcimento, mentre Fininvest ribadisce che i giudici che annullarono il lodo Mondadori nel 1991 avevano agito «in piena autonomia». In primo grado il giudice civile Raimondo Mesiano, il 3 ottobre 2009, ha condannato Fininvest a versare alla controparte quasi 750 milioni di euro per danni patrimoniali «da perdita di chance» per un «giudizio imparziale». Ieri la conferma della condanna da parte della Corte d’Appello di Milano che ha però ridotto l’entità del risarcimento a circa 560 milioni.

Cir contro Fininvest

Al centro della vicenda, quindi, uno scontro tra due titani dell’economia italiana: Fininvest e Cir. La prima è l’holding che raggruppa le proprietà della famiglia Berlusconi e ha un patrimonio di 2,5 miliardi. Nel 2010 ha registrato utili per 87,1 milioni decidendo però di non versare alcun dividendo ai soci. Il gruppo controlla il 39% di Mediaset, il 50% di Mondadori, il 36% di Mediolanum, oltre al Milan (100%) e al Teatro Manzoni (100%). Fa capo alla finanziaria anche la quota del 2% di Mediobanca. Fininvest ha poi una quasi il 24% di Molmed, lo spin off quotato del San Raffaele attivo nella ricerca oncologica, e il 2,06% di Aedes. Il controllo fa sempre capo a Berlusconi con il 63% del capitale. I figli del primo matrimonio Marina e Piersilvio hanno una quota del 7,65% a testa. Nell’estate del 2005 anche i figli di secondo letto, Barbara, Eleonora e Luigi, hanno ricevuto una quota del patrimonio e hanno attualmente il 21,4% di Fininvest. Cir – Compagnie Industriali Riunite – è invece l’ammiraglia tra le società quotate del gruppo De Benedetti e comprende le attività dell’Ingegnere nei settori dell’energia (Sorgenia), media (Espresso), componenti auto (Sogefi), sanità (Kos) e nella finanza in genere. Nel 2010 Cir ha registrato ricavi consolidati per 4,8 miliardi di euro, un margine operativo lordo di 400,1 milioni di euro e un utile netto di 56,9 milioni di euro. Ha circa 12.900 dipendenti.