Mirabello si apre con la pax leghista: «tifiamo per Alfano»

Tanta gente, fuori e dentro la sala, per il battesimo della festa del Pdl di Mirabello, luogo storico della destra italiana che quest’anno accoglie tutte le anime di un centrodestra in cerca di un’organizzazione nuova e di uno spirito che torni ad essere vincente. Il primo giorno della kermesse è quello dei saluti, degli abbracci, dei primi confronti, che iniziano in serata con la tavola rotonda che vede la partecipazione del ministro Roberto Maroni, del presidente della Regione Lombardia Roberto Formigoni e di uno dei tre coordinatori del Pdl, Sandro Bondi. Il tema è «libero», come il «canto» di battistiana memoria che dà il titolo alla quattro giorni. La frase, «Il nostro canto libero», campeggia sopra il palco ed è completata da altre due parole che appartengono profondamente alla storia e all’immaginario politico della destra: «Idee e militanza». Predominano l’azzurro del simbolo del partito, che per questa occasione porta la sola scritta Pdl, senza il nome di Berlusconi, e il bianco, rosso e verde dei tricolori. L’orgoglio identitario è forte, nella piazza di Mirabello, da dove il Pdl lancia anche la nuova stagione che si è aperta con l’elezione di Angelino Alfano. Il neosegretario del partito oggi aprirà i lavori della seconda giornata, intitolata Non sarà un’avventura. Quella di ieri avvertiva: Come può uno scoglio…

La spinta della maggioranza non è finita

Quello di ieri, invece, è stato il giorno degli avamposti finiani, Andrea Ronchi e Adolfo Urso, venuti a «costruire un ponte» con il Pdl. Ma è stato anche il giorno dell’outing leghista, dopo le tensioni interne alla maggioranza e il chiarimento di ieri, culminato nell’accordo sulle missioni di pace in Consiglio dei ministri. Non a caso, le prime parole di Maroni, che secondo alcuni rappresenterebbe l’anima meno berlusconiana del Carroccio, sono state all’insegna della concordia e dell’ottimismo per l’alleanza di centrodestra: «Non credo affatto che si sia esaurita la spinta». «Sono convinto che l’alleanza Lega-Pdl sia il fattore di innovazione più forte che le istituzioni italiane abbiano avuto negli ultimi vent’anni», ha detto Maroni, che poi s’è soffermato sulla nuova figura di vertice del Pdl: «Io faccio il tifo per Angelino Alfano», ha detto il ministro dell’Interno, spiegando che questo significa fare il tifo per un «Pdl in buona salute», che a sua volta significa «anche un avanzamento dell’approvazione del progetto federalista in tempi rapidi».

«L’alleanza funziona: trova soluzioni»

Ma Maroni, di fronte alla platea pidiellina, ha voluto anche mandare un altro messaggio rassicurante in termini di rapporti interni alla maggioranza: «Non c’è nessun intento egemonico da parte della Lega», ha detto il ministro, parlando piuttosto di «una sana discussione», di un «confronto che porta a soluzioni». «L’alleanza – ha sottolineato Maroni – funziona». È un pensiero simile a quello espresso da Maurizio Gasparri, anche lui presente alla festa. C’è una certa «vivacità» nel dibattito, ha ammesso il presidente dei senatori del Pdl, sottolineando però che «c’è forte coesione». «C’è un accordo sostanziale sulle cose impegnative e difficili, come governare l’economia e le missioni militari all’estero. Poi – ha proseguito Gasparri – se uno guarda la battuta del momento, il commento, la chiosa, può sembrare una guerra civile permanente: non è così».

Gasparri: c’è coesione nelle scelte

Lo stesso invito, quello a non fermarsi alle battute, Gasparri lo ha esteso anche alle vicende che vedono protagonista il ministro dell’Economia. «Tremonti – ha sottolineato – è una persona che ha un temperamento forte e una responsabilità molto gravosa. Anche oggi – ha ricordato Gasparri – Berlusconi ha fatto delle esternazioni e c’è vivacità nel dibattito ma – ha concluso – c’è coesione nelle scelte: guardiamo alla sostanza delle cose». E quanto sia compliato il compito di Tremonti lo ha ribadito anche Maroni, che senza infingimenti ha affermato che quella appena varata è «una manovra impegnativa che scontenta molti, ma è seria». E, su questo passaggio, il ministro dell’Interno ha misurato la serietà del governo: «Noi – ha detto – sappiamo fare scelte impopolari: ciò diversifica una classe politica seria e una classe politica di cialtroni».

A differenza dei politici cialtroni…

Come già aveva fatto il presidente del Consiglio, poi, anche Maroni ha ribadito la disponibilità del governo al dialogo, l’apertura a vagliare «contributi migliorativi», perché «quello che non si può cambiare – ha sottolineato – è il saldo complessivo: all’interno dei saldi modifiche si potranno fare». Ad ogni modo, ha aggiunto, «alla fine il giudizio sulla manovra sarà più positivo che negativo. Sacrifici ci sono per tutti, ma non c’erano alternative». Anche perché, ha concluso il ministro dell’Interno, «non abbiamo la bacchetta magica, abbiamo un debito pubblico che ogni anno ci costringe a trovare 70 miliardi di euro solo per pagare gli interessi sul debito, è una zavorra enorme che abbiamo il dovere di gestire».