Legalità, Europa in missione: e ora è Palermo a fare scuola

L’Europa non viene sfiorata dall’eco delle polemiche del palazzo romano su arresti e sacre inquisizioni né dai veleni tutti italiani sul copyright dei magistrati simbolo della lotta a Cosa Nostra. All’eurodelegazione (tedeschi, francesi, finlandesi, greci, spagnoli, irlandesi e polacchi) sbarcata ieri mattina a Palermo interessa “capire” e non perdersi neanche un incontro della tre giorni made in Italy a scuola di legalità (anche a costo di mangiare un arancino in piedi all’Antica Focacceria San Francesco). A fare da Cicerone Marco Scurria, coordinatore del Ppe in commissione Cultura ed Educazione, un passato nel Fronte della Gioventù e nel Msi.
Perché questa trasferta siciliana dalle “nebbie” di Bruxelles? 
Siamo a Palermo, un osservatorio davvero straordinario, per scoprire, vedere e poter raccontare ciò che ha fatto l’Italia in tema di legalità e di lotta alle mafie, puntando soprattutto sulle giovani generazioni che devono abituarsi, come diceva Borsellino, “a sentire la bellezza del fresco profumo della libertà che si oppone al puzzo del compromesso morale”.
Come é strutturata la visita?
In modo propositivo e costruttivo: oltre la commemorazione ufficiale di questa mattina a via D’Amelio in memoria di Paolo Borsellino, incontreremo rappresentanti delle istituzioni, sindaci (quelli di Corleone e di Niscemi), associazioni che quotidianamente respingono la cupola di ricatti con la cultura della partecipazione e della libertà. Perché la migliore risposta non è la repressione, ma un’incessante azione culturale che uccida l’ignoranza e il compromesso. Non a caso abbiamo inserito un incontro con il rettore dell’università, luogo per eccellenza di formazione di una classe dirigente libera.
La tempistica non è casuale
Certo, l’anniversario della morte del giudice Borsellino, ci è sembrata un’occasione altamente simbolica per affrontare meglio un fenomeno che non conosce confini e che ha straziato il nostro Paese.
Lei ha un ricordo personale di quel 19 luglio del ’92…
Era una giornata molto calda ed ero a casa a vedere un film quando sul video appare la sigla dell’edizione straordinaria del Tg1, devo dire che ho immediatamente pensato al Papa, che in quel periodo era ricoverato al Policlinico Gemelli… Ma era il resoconto frammentato di quel tremendo boato che fece saltare in aria il giudice Borsellino. Ricordo che da tutti i ragazzi del Fronte della Gioventù, all’epoca senza l’aiutino dei cellulari e del web, partì un tam tam spontaneo e ci ritrovammo nel centro di Roma per  gridare la nostra rabbia.
Contro chi?
Contro chi non era in grado di difendere e di tutelare la parte migliore della nazione. Il governo dell’epoca, per esempio, che, come è stato dimostrato, aveva più di qualche connivenza con ambienti mafiosi, contro chi non aveva capito che in Italia stava cambiando il mondo, che, sotto i colpi di Tangentopoli, il sistema si stava sgretolando e Cosa Nostra ne approfittava per estendere il suo potere di ricatto.
Da allora la destra ne ha fatto un’icona, quasi un beniamino…
Per noi è il simbolo vivo di chi non accetta compromessi anche a costo di avere la certezza di perdere il bene più caro. Borsellino aveva la più totale consapevolezza dei rischi che correva, non parlava mai di “se” ma di “quando”. È stato un grande italiano e credo che un piccolo contributo alla celebrazione dei 150 anni dell’Unità possa venire anche da questa iniziativa internazionale.
Come reagisce l’Europa di fronte alla parola mafia?
La mafia non è più un fenomeno solo italiano. Credo che la nostra risposta alla mafia, di carattere culturale oltre che giudiziario, possa ispirare le politiche comunitarie nel contrasto alla malavita. Purtroppo su questo terreno siamo all’avanguardia e possiamo “esportare” le nostre conquiste: penso al blocco dei beni mafiosi e al successo dell’esperienza della confisca dei beni accumulati per decenni dai boss, che oggi sono uno straordinario strumento di finanziamento di realtà virtuose del volontariato e dell’associazionismo, autentiche isole di legalità.
In queste ore c’è una strana gara a chi è più sinceramente nemico dei mafiosi. Che effetto le fa?
Mi vengono in mente le parole di Leonardo Sciascia quando diceva che peggio dei mafiosi esistono i “professionisti dell’antimafia”. Provo repulsione verso quanti pensano di avere l’esclusiva di questa battaglia. Purtroppo sono tanti e sono trasversali agli schieramenti politici, ma la vera antimafia è quella dei fatti, non dei convegni e delle parole. E quanto a fatti, alla prassi coma la chiamano i miei colleghi di Bruxelles, questo governo ha dimostrato di fare sul serio, arrestandoli. La lista dei boss più ricercati al mondo si è assottigliata di mese in mese, adesso stiamo rincorrendo gli ultimi.
Qualcuno non la pensa così. Fabio Granata si è appellato ai giovani di destra perché si ribellino a questo governo e a questa maggioranza di inquisiti…
Granata è stato un mio dirigente giovanile, grazie a lui ho avuto modo di conoscere Borsellino alla Festa del Fronte della Gioventù di Siracusa, era il 1990. Condivido l’appello: ovunque dovesse annidarsi, anche nel Pdl, qualche malapianta dev’essere estirpata. Se ci sono personaggi che hanno contatti provati con la mafia, devono essere espulsi dal nostro partito e poi sarà la magistratura a fare il suo corso. Quello che non condivido, invece, è la strumentalizzazione che Fabio ed altri fanno di una comune battaglia per fini puramente di parte, contro un governo che invece ha ottenuto grandi successi contro la mafia.
Come vede il nuovo corso del Pdl inaugurato dalla segreteria di Alfano…
Direi che è partito con il piede giusto, il partito degli onesti e non delle tessere, il partito di chi ha consenso e non delle lobby, insomma il partito di tutta quella gente che ha lavorato sodo per una nuova primavera italiana.