Le vittime di Tito non furono soltanto gli italiani

«Finora in Croazia sono stati evidenziati 718 siti in cui avvennero crimini comunisti: 628 sono fosse comuni». Ad annunciarlo a fine febbraio è stato il ministro degli Interni croato, Tomislav Karamarko. Lo ha fatto in una lunga — e liberatoria — intervista concessa al quotidiano zagabrese Vecernji List. Così, dopo più di mezzo secolo, la Croazia si appresta a leggere uno dei capitoli più tragici della sua storia. Pagine per decenni pervicacemente celate e negate: i crimini commessi dal regime comunista jugoslavo tra il 1945 e il 1990, l’anno in cui la federazione si dissolse
Il ministro ha poi aggiunto «riteniamo che nei luoghi d’occultamento possano trovarsi i resti di 90mila persone, soprattutto di nazionalità croata, considerati anticomunisti o “nemici del popolo”: civili, donne e bambini, come pure di soldati italiani e tedeschi. Sino ad ora sono state effettuate 81 riesumazioni che hanno portato al ritrovamento di circa 4000 corpi, appartenenti nella stragrande maggioranza dei casi a prigionieri di guerra, militari e civili: prigionieri che venivano legati con filo metallico, anche a gruppi, e poi finiti con un colpo d’arma da fuoco al capo». Karamarko ha anche confermato che la polizia croata sta intensificando le indagini per risalire ai responsabili degli eccidi commessi dai titoisti e rimasti sino ad oggi impuniti.
Una svolta epocale. Si rompe un muro d’omertà incredibilmente protrattosi per ben vent’anni dalla fine del comunismo e ora, sulla spinta di due risoluzioni del Consiglio d’Europa, il Sabor — il parlamento di Zagabria — è arrivato alla seconda lettura della legge «sul rinvenimento, la marcatura e la cura delle fosse delle vittime del regime jugocomunista dopo la Seconda guerra mondiale». È la piena condanna del terrorismo di stato titoista e, al tempo stesso, la riabilitazione definitiva degli sconfitti di ieri: i “nemici di classe” — gli imprenditori, i borghesi, i piccoli proprietari terrieri — e i “nemici del popolo”, i cattolici, i moderati e, ovviamente, gli ustacia, i fascisti croati.
Non sono mancate le polemiche. A contestare la scelta governativa — fortemente voluta dal premier Jadranka Kosor — sono subito scesi in piazza i rottami del titoismo. Un dato scontato e abbastanza irrilevante. Ben più grave è però l’atteggiamento di politici considerati “moderati” che, come l’ex presidente della Croazia Stipe Mesic, hanno stigmatizzato l’iniziativa e si oppongono alla celebrazione di eventuali processi. Anche per loro meglio dimenticare. Rimuovere. Atteggiamenti su cui riflettere.
La decisione croata di squarciare il velo di paura che per decenni avvolse la defunta Jugoslavia comunista, segue con ritardo altre analoghe iniziative slovene e serbe. I primi furono gli sloveni e non a caso. La piccola repubblica — prima tra le “federate” a essersi scrollata i cascami del comunismo —  è sempre memore della terribile guerra civile che nell’ultima fase dell’ultimo conflitto oppose le milizie “bianche” anticomuniste e cattoliche (i “domobranci”) ai partigiani di Josif Broz Tito. Come tutte le guerre balcaniche anche quella slovena fu durissima: uno scontro all’ultimo sangue che si concluse nel maggio 1945. In tragedia.
In quella lontana primavera i “bianchi” sconfitti si ritirarono in massa verso l’Austria, allora occupata dall’VIII corpo d’armata britannico, per consegnarsi ai soldati di Sua Maestà. Ma gli inglesi, dopo aver accettato la resa dell’armata slovena, si ricordarono d’essere alleati di Tito e  i custodi degli accordi fissati a Yalta. Con l’inganno, i britannici rispedirono più di 12mila uomini e donne oltreconfine. Lì gli aspettavano i loro carnefici. Fu un massacro. Nessuno tornò, nessuno volle vedere. Nessuno parlò. Per anni. Tanti anni. L’unica voce che si levò nel clima ambiguo del dopoguerra fu quella di John Corsellis, un operatore umanitario britannico testimone involontario ma consapevole dei fatti. Nel 1946 Corsellis scrisse il libro Slovenia 1945: una denuncia durissima e documentata sullo sterminio dei “domobranci” e sul tradimento inglese. Pochi (e malvolentieri) lo lessero in Gran Bretagna e nessuno, sino all’altro ieri, nell’ex Jugoslavia. Il lavoro circolò per decenni soltanto negli ambienti della diaspora slovena e in Italia, grazie all’Editrice Goriziana, Slovenia 1945 è stato finalmente editato solo nel 2008.
Ma la memoria di un popolo scorre, si tramanda e si sedimenta per vie invisibili, misteriose. E un giorno torna ad esigere verità. In Slovenia è successo. Nel 2005 il governo di Lubiana ha incaricato i professori Jose Dezman e Marko Strovs di formare una commissione di studiosi per indagare sugli orrori del periodo comunista. Un compito terribile. Dal 2005 a oggi i due docenti e i loro collaboratori hanno individuato — celati in foibe, gallerie, miniere abbandonate — seicento “killing fields”, seicento campi della morte. Una lunga e atroce Spoon river balcanica. L’orrore toccò il suo apice nel 2009 quando ad Huda Jama — la “grotta cattiva” — i ricercatori scoprirono in una miniera abbandonata più di cinquemila corpi. La commissione slovena ha potuto stabilire che, a guerra finita, migliaia di persone vennero trascinate nelle cavità e massacrate. Poi furono ricoperte di calce e il recinto fu chiuso con una spessa coltre di cemento.
«A causa della grande quantità di vittime e della mancanza di ossigeno molti della dei cadaveri sono mummificati e non si sono completamente decomposti», spiega Strovs. «Le vittime furono obbligate dai miliziani jugocomunisti a entrare; vennero spogliate e fatte proseguire per circa 400 metri nella galleria, e lì furono assassinate con armi bianche. Per lo più a colpi di piccone. Erano per lo più sloveni e croati, uomini, donne e bambini, militari e civili. Huda Jama è uno dei peggiori crimini della seconda guerra mondiale». Ma la “grotta cattiva” è solo della tante tappe di questo Golgota balcanico. L’ultimo ritrovamento risale allo scorso dicembre: a Lese, un paesino presso il confine austriaco è stata scoperta un’altra fossa comune che celava i corpi di circa 700 uomini e donne. Civili. Sloveni e austriaci. Piccoli possidenti, maestri, farmacisti, sacerdoti. Taxisti, guardie campestri e pompieri. Tutti colpevoli perché insegnavano o possedevano qualche acro di terra o un negozio, oppure d’indossare una tonaca o l’uniforme “sbagliata”. Per gli jugocomunsti erano solo “nemici di classe”. Tutti da eliminare.
Marco di Blas, corrispondente del Piccolo, il quotidiano debenedettiano di Trieste, va sul posto e, sconvolto, scrive: «Quella di Lese non sarà l’ultimo ritrovamento e la sua scoperta aiuta a comprendere le dimensioni di una tragedia negata per decenni e ora finalmente riconosciuta e documentata… i tecnici della polizia slovena hanno trovato sulle salme segni di frattura e lesioni dovute a percosse e a colpi d’armi da fuoco. Gli abitanti hanno riferito ciò che avevano sentito raccontare dai loro genitori e nonni e ciò che avevano sentito raccontare dai loro genitori e nonni e cioè che negli ultimi giorni  di maggio 1945 erano stati visti arrivare 19 camion carichi di prigionieri, che avevano proseguito il viaggio “verso il bosco”. Di essi non si era  saputo più nulla, né alcuno aveva osato chiedere che ne fosse accaduto».
Il silenzio, la paura. Per sei decenni. «La maggior parte delle vittime» ha riferito Marko Trovs «al momento dell’uccisione erano inginocchiate e così sono state trovate nella fossa». Il tribunale di Lubiana sta decidendo in questi giorni il luogo dove dare nuova e più decorosa sepoltura. È tempo. L’operazione verità avviata dalle repubbliche ex jugoslave ha il merito d’infrangere tanti tabù: per la prima volta si affronta la dimensione criminale del regime comunista, si cercano i responsabili, si raccontano storie proibite. Eppure una “zona interdetta” rimane. Mentre studiosi e tribunali fanno chiarezza sulle atrocità della “pulizia di classe” attuata ai titini, nessuno sembra accennare alla “pulizia etnica” attuata contro gli italiani nelle aree dei loro insediamenti storici. Come al tempo della repubblica federativa, a Zagabria e Lubiana quando si accenna ai crimini perpetrati in Istria, a Fiume, in Dalmazia, cala il gelo: ancor oggi si preferisce negare l’esistenza dei fatti o, tutt’al più, si cerca di relativizzarli, sminuirli. Un atteggiamento ottuso, antistorico. Come ricordano le recenti guerre balcaniche, chi non fa i conti con il proprio passato è destinato a ripetere errori e orrori. Sul confine orientale è ancora lunga la strada per un’autentica riconciliazione.