L’antipolitica? Combattiamola con un partito vero

Alfano riparte dal territorio. È giusto di ieri l’incontro a Palazzo Grazioli tra Silvio Berlusconi e i coordinatori regionali del Pdl, alla presenza del neosegretario del partito. Il che è una buona notizia: è un primo passo verso il radicamento, la strutturazione, l’organizzazione. Insomma, verso la politica vera. Il contrario dell’antipolitica, infatti, non è l’arroccamento difensivo, l’atteggiamento snobistico o uno sfuggente benaltrismo. No, il contrario dell’antipolitica è, semplicemente, la buona politica. Che in concreto significa: politica dei partiti. E di politica partitica, nella maggioranza di governo, c’è chi ne sa qualcosa da tempi non sospetti. C’è chi, insomma, è erede di una concezione della politica come servizio, mai come oggi indispensabile alla nazione. Il punto, però, è un altro: come incarnare, valorizzare e sfruttare questa diversità di stili e di percorsi? Come “mettere in forma” quella dote di concretezza e moralità riassunta nella parola “militanza”? Un’idea potrebbe essere quella di cominciare – ma per davvero e subito – a fare un partito serio. Radicato. Strutturato.

«Più esperti, meno nominati»
Intanto, però, c’è da fare i conti con il malcontento che investe tutto un sistema istituzionale. Viviana Beccalossi, tuttavia, tende un po’ a diffidare dell’indignazione simil-grillina contro i “costi della politica”: «L’antipolitica? È un sentimento – spiega – che, ciclicamente, torna a farsi sentire. La cosa è ancor più facilitata dalla crisi economica, che ci ha costretto a una Finanziaria rigorosa. In più molti giornali, anche amici, sembrano che godano nel gettare benzina sul fuoco. Ecco, direi che l’unione fra la difficile contingenza economica e certe campagne scandalistiche spiega bene questa ondata antipolitica». L’antidoto all’antipolitica, del resto, Alfano sembra avercelo già in tasca. La parlamentare – ieri mattina presente alla riunione a Palazzo Grazioli in virtù del suo ruolo di vicecoordinatrice regionale della Lombardia – svela ad esempio una delle proposte lanciate dal neosegretario: «Angelino – spiega – ci ha detto di cominciare a segnalargli i sindaci del Pdl eletti a larga maggioranza perché, ci ha detto, potrebbero essere i futuri candidati del partito alle elezioni politiche». Far ripartire il Pdl dal territorio, quindi? «Le prime decisioni di Alfano – continua la deputata lombarda – sembrano andare in questa direzione. Ad esempio quando si è parlato di regole e sanzioni. Serve un partito in grado di selezionare una classe dirigente. Nominare candidati gli amici o gli amici degli amici è stato un grosso errore che abbiamo commesso. Anche perché poi queste persone in aula non fanno nulla o fanno cose sbagliate. E invece tanti deputati che vengono da An, ad esempio, hanno fatto esperienza negli enti locali e sono stati spesso eletti con migliaia di preferenze. Putroppo – conclude – fa più rumore un Papa o un Milanese di tanti parlamentari capaci che lavorano».

«Ma An non era perfetta»
Ma attenzione a non scaricarsi di dosso le proprie responsabilità e a non idealizzare troppo il proprio albero genealogico. L’avvertimento arriva da uno che la militanza a destra la apprezza e la conosce bene: «La nostra storia – spiega Fabio Rampelli – può essere uno stimolo, un acceleratore di buona politica. Ma attenzione, non ne abbiamo l’esclusiva. Anche nel nostro passato c’erano anomalie. Anche in An, anche nel Msi ci si chiudeva troppo spesso nelle segrete stanze per prendere le decisioni che contavano. E invece qui serve un movimento popolare forte, radicato, in cui chi vuole comandare non può farlo a dispetto della base. Certe oligarchie vanno sbattute energicamente fuori». Quanto all’antipolitica, il deputato romano spiega che «non c’è una casta politica, c’è una casta orizzontale che attraversa Stato e parastato. Ora, governo e Parlamento affrontino il problema dei costi della politica. Ma attenzione: dietro a questa ondata si nasconde un tentativo della tecnocrazia di commissariare la sovranità popolare. Dietro l’angolo non c’è un sistema politico migliore, c’è il governo dei poteri forti, l’alta finanza e certi circoli esclusivi».

«Serve il partito a rete»
C’è poi chi, come Domenico Nania, invita a non confondere le storture tipiche del sistema politico della prima repubblica con quanto invece ha generato, nella seconda repubblica, l’indignazione contro la “casta”. «La malapolitica nella prima repubblica era sistemica, oggi ci sono fenomeni isolati che i partiti devono risolvere al proprio interno anche con il bisturi, se necessario. Il timore, però, è che si vogliano utilizzare questi episodi per cercare di sabotare la democrazia dell’alternanza che rappresenta l’orgoglio di chi ha fatto uscire la repubblica dai compromessi e dalle ammucchiate». In questo senso, aggiunge, «la storia del centrodestra nasce tutta all’insegna del “decidi tu”, della volontà popolare, dell’elezione diretta. Ecco, credo che una risposta all’antipolitica sia da ritrovare in una sorta di ritorno alle origini. Per essere più chiari: bisogna consentire agli elettori di scegliere deputati e senatori, bisogna consentire agli iscritti di scegliere i candidati per le politiche, i sindaci e i governatori». E il partito? Per il senatore siciliano «la risposta non sta in una riedizione del partito burocratizzato, ma neanche nel partito di plastica o nel partito costituito come un comitato elettorale. La soluzione è nel partito a rete che rappresenta il punto di equilibrio tra organizzazione territoriale, capitale umano e carisma del leader».

«Il problema è chi ruba»
Il governatore della Calabria, Giuseppe Scopelliti, la butta sul semplice: «Lo stipendio dei politici? Non è quello il problema. Il problema è chi ruba (che se ne deve andare a casa). È poi ovvio che nei momenti di disagio la politica diventu il bersaglio delle contestazioni. Ma bisogna andarci piano». Il coordinatore del Pdl calabrese parte dalla sua esperienza: «In regione ho trovato 170 leggi inutili, molte ad personam. Abrogarle ci farà risparmiare 20 milioni di lire. Poi certo: possiamo anche pensare a una riduzione degli stipendi. Potremmo arrivare a risparmiare, quanto? Un milione? Certo, è un segnale, per carità, ma nulla di risolutivo. Ovviamente non posso negare che noi si sia dei privilegiati. Ma chi fa le cose per bene si fa anche un mazzo così, perché la politica è fatta sul territorio». E proprio dal territorio dovrebbe ripartire il Popolo della libertà. «L’idea di avere un partito radicato e strutturato è la strada da intraprendere. E mi sembra che Alfano – con il quale ho partecipato alla riunione dei coordinatori regionali – stia mettendo in campo un progetto in questo senso. Francamente mi sembra l’unica alternativa possibile per tornare a vincere».