La strategia del tritacarne colpisce ancora

Chi gettiamo oggi nel tritacarne? Il perverso meccanismo giornalistico-giudiziario, par di capire, funziona un po’ così. Si prende un nome a caso, lo si sbatte in prima pagina, si martella per un paio di giorni, poi si passa a un altro nome, e così via. Chi, di volta in volta, viene spacciato senza tanti complimenti per mafioso, corrotto, piduista (variante due, tre, quattro e successive) deve solo attendere che la bufera passi senza fare troppi danni e attendere che tocchi a qualcun’altro. Prove? Condanne? Verifiche? Conferme? Spesso non se ne sente il bisogno.

La logica del tritacarne
L’importante, infatti, è dare l’impressione di essere in mano a una junta scellerata, composta da delinquenti che attornano un caudillo un po’ svitato. Quel che conta è costruire un immaginario collettivo fondato sull’antipolitica. Che la narrazione ideologica abbia un fondamento o meno non è importante, tanto quando si tireranno le somme avremo già un esecutivo tecnico che avrà commissariato il Parlamento. Insomma, che sia Papa o Milanese, che siano storie di soldi o di letto, che siano pettegolezzi o reati veri poco conta. E quando non si ha nulla da dire, quanto meno si insinua. È il caso delle nomine dei due nuovi ministri: Francesco Nitto Palma e Anna Maria Bernini. Poiché nessuno ha trovato armi concrete per screditarne le figure, si è fatto ricorso a strategie mediatiche un po’ grossolane, come spiegavamo già ieri. Ecco quindi che la carriera del nuovo Guardasigilli viene riassunta in un’unica locuzione: «è l’amico di Previti». Della Bernini, addirittura, si è buttato lì, giusto per vedere l’effetto che fa, il fatto che sia stata l’avvocato di Pavarotti. Insomma, tutto fa brodo.

Il turno di Matteoli
L’ultimo a finire nel trappolone giudiziario e mediatico è stato il ministro delle Infrastrutture Altero Matteoli, il cui nome è stato tirato in ballo nell’inchiesta sugli appalti Enav come «politico di riferimento» dele imprese coinvolte nel giro di tangenti. «Non sono stato né sono punto di riferimento di alcuna impresa né mi sono mai occupato di appalti», è stata la replica del ministro. Rispetto alle accuse dei giornali basate sulle dichiarazioni dell’imprenditore Di Lernia, («che non conosco e che non ho mai incontrato», precisa il ministro), Matteoli dichiara di aver «dato mandato ai miei legali, avvocati Giuseppe Consolo e Francesco Compagna, di tutelare in ogni sede giudiziaria la mia onorabilità. Per mio sistema di lavoro, quando un imprenditore mi chiede un incontro, lo ricevo sempre in presenza di funzionari del ministero che dirigo». Il ministro risponde alle accuse del costruttore Tommaso Di Lernia, agli arresti domiciliari per finanziamento illecito, che in sei interrogatori secretati avrebbe – secondo diverse indiascrezioni uscite sugli organi di stampa – fatto i nomi di altri politici coinvolti nella vicenda delle tangenti che sarebbero girate per l’assegnazione di «commesse» di Enav e Selex. A proposito del sistema di affari che coinvolgerebbe politici e imprenditori, secondo i giornali, l’imprenditore citerebbe il ministro Matteoli come «il politico di riferimento delle imprese che operano su Venezia», in particolare di «una delle società che lavorano in subappalto per Enav (la Arctrde) e la Technosky, controllata da Enav».

…ma c’è chi lo scagiona
Del presunto coinvolgimento di Matteoli nell’inchiesta ha parlato anche il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, che ha dichiarato: «Esprimo tutta la mia solidarietà al ministro Matteoli che viene tirato per la giacca nel grande polverone delle indiscrezioni giornalistiche che si sono create intorno alla così detta inchiesta P4. Sono sicuro che i legali del Ministro riusciranno a dimostrare la sua totale estraneità alla vicenda».
Sulla vicenda, comunque, gettano una luce forse definitiva le dichiarazioni dei difensori dell’imprenditore, Natale Terri e Mario Murano, che spiegano: «Tommaso Di Lernia non ha mai dichiarato di aver intrattenuto rapporti con Altero Matteoli e tantomeno lo ha mai accusato. Di Lernia negli interrogatori resi agli inquirenti ha solamente indicato quelli che erano i riferimenti politici di una serie di consiglieri di amministrazione di aziende a capitale pubblico. A nostro parere, quindi, gli organi di informazione potrebbero aver fatto confusione».

Il caso Brancher
Quanto al presunto coinvolmento dell’ex ministro Aldo Brancher, Di Lernia avrebbe affermato di averlo «pagato direttamente», attraverso «una triangolazione estera: ho portato i soldi a Cipro, poi li ho trasferiti a San Marino e infine li ho prelevati in contanti e distribuiti a Roma. Brancher li voleva fatturati alla sua fondazione, “L’Officina della Liberta”, gli altri versamenti erano in nero». L’ex ministro ha replicato prontamente, precisando che «al pari di altri soggetti, la Fondazione ha ricevuto contributi tutti regolarmente registrati, in osservanza della normativa vigente. Per quanto mi riguarda escludo nel modo più assoluto miei interessamenti anche solo indiretti con riferimento a eventuali rapporti tra imprenditori ed Enav e Selex, e tantomeno per l’assegnazione di commesse Enav e Selex».