La stangata da mille euro è una bufala

Eadesso, che facciamo? La manovra passa, raccoglie consensi a livello internazionale, non mette le mani nelle tasche della gente. Non ci resta che inventarci un’altra campagna di paura, guardate, vi stanno spillando anche l’ultima goccia di sangue. Il centrosinistra torna alla carica, costruisce lo “scandalo” e molti giornali si adeguano. Così una colossale bugia si trasforma in verità, nonostante le argomentazioni concrete siano zero. Sulla manovra vanno in scena mistificazioni e balle colossali. Per tutta la giornata di ieri è stato lo sport preferito sia delle opposizioni che degli organi d’informazione. In testa il Corriere della sera, che titolava «Mille euro da ogni famiglia», mentre La Stampa lanciava l’allarme: vengono «colpite le famiglie». E per il Il Mattino i tagli sono contro «famiglie e asili». Argomentazioni fatte proprie dai telegiornali e riprese in aula a Montecitorio nel corso degli interventi dei parlamentari delle opposizioni, come principale cavallo di battaglia. Come se Senato e Camera (ieri l’aula ha votato la fiducia con 316 sì, 284 no e 2 astenuti), con la sponsorizzazione del presidente della Repubblica al dialogo tra i partiti e a stringere i tempi, avessero dato corso alla stangata del secolo, impoverendo il Paese e il premier si fosse vergognato di metterci la faccia.
Così, però, non è. I provvedimenti economici del governo puntano, a medio termine, al pareggio di bilancio entro il 2014 e, nell’immediato, a tranquillizzare i mercati. Si vedrà se riusciranno a centrare gli obiettivi. Intanto, però, basta approfondire un po’ le cose per rendersi conto che quella che si vorrebbe far passare come una pesante stangata di fatto ha ben altri connotati. E l’allarme sociale di cui si parla viene creato ad arte e non ha giustificazione in nessuna delle misure approvate.
Fin qui il discorso di carattere generale. Se si scende nel particolare, invece, si scopre che i tagli tanto cari ai partiti di opposizione e agli organi di stampa non hanno fondamento se non nella clausola di salvaguardia che scatterà qualora, entro il 30 settembre del 2013, il governo non riuscirà a dare corso alla delega fiscale che dovrebbe portare alla riforma. È previsto, infatti, che in questo caso, e soltanto in questo, diventerebbero operativi tagli ad agevolazioni, detrazioni e deduzioni fiscali (sono ben 483, costituiscono una vera e propria giungla e valgono in complesso 161,2 miliardi di euro l’anno) che nel primo anno saranno del cinque per cento e nel secondo del quindici. Il taglio lineare farebbe risparmiare il primo anno 8 miliardi che salirebbero a 32 nei dodici mesi successivi. Un boccone molto grosso, quindi, che però, al momento è del tutto ipotetico in quanto prima che ciò avvenga diventerà operativa la riforma fiscale che opererà una rivoluzione complessiva.
E allora, i tagli alle detrazioni fiscali per i figli e il coniuge a carico, che oggi valgono 829 euro l’anno, interessano 11,8 milioni di contribuenti e scenderebbero a 665 che fine fanno? Rimangono a 829, così come resta inalterata la detrazione del 19 per cento sulle spese mediche, quella sugli interessi passivi sui mutui. E lo stesso dicasi per la più robusta detrazione da lavoro dipendente, che vale in media 1.332 euro, e per le agevolazioni sull’accisa, sull’Iva, sulle erogazioni al terzo settore, sulle agevolazioni del reddito d’impresa e su tutto il resto. Su questo fronte, dunque, spiegare che si tratta di un puro e semplice bluff è molto semplice. Partiti d’opposizione, quotidiani, televisioni e radio, tutti tesi a dimostrare quanto di negativo c’è nella manovra avrebbero fatto meglio a concentrarsi sul resto. È evidente, infatti, che convenire sulla necessità dell’ammontare dei provvedimenti non significa comunque sposarne i contenuti. Noi stessi, come giornale, abbiamo sottolineato che avremmo voluto impegni più immediati sulle privatizzazioni, i cui incassi avrebbero potuto portare a un sostanzioso abbattimento del debito. E avremmo preferito che, in materia di pensioni, fossero state esentate dal blocco della rivalutazione gli assegni compresi tra 1.428 e 2.380 euro mensili lordi. In compenso ci sembra condivisibile un percorso accelerato per parificare l’età di pensione delle donne del privato con quelle del pubblico impiego. Impegno che l’Europa ci chiede, che consentirebbe cospicui risparmi. Invece, si è preferito rimandare tutto al 2020, per iniziare un discorso che andrà a regime soltanto nel 2032. Tutto questo per non scontentare le organizzazioni sindacali. Cosa riuscita solo in parte, visto che ieri la Cgil ha mobilitato i pensionati per protestare a Montecitorio. È stata l’occasione per contestare tra le altre cose anche le cifre, Finora, infatti, si è parlato di pensione d’oro al di sopra di 2.380 euro mensili lordi (cinque volte il minimo). Ieri, invece, la segretaria dello Spi Cgil, Carla Cantone, ha spostato l’asticella. Per lei pensioni d’oro sono quelle che superano i 3.000 o addirittura i 5.000 euro, le altre sono medio-basse. Peccato che sono almeno 4 milioni gli anziani che percepiscono assegni inferiori ai 500 euro mensili. Il sindacato pensi a questa gente. Magari non irrigidendosi quando qualcuno ipotizza di mandare le donne in pensione qualche anno dopo per recuperare risorse.
Bersani e la Cgil hanno sbagliato bersaglio. Hanno puntato a suscitare allarme quando avrebbero dovuto proporre ricette diverse. I giornali, invece, hanno perso un’ulteriore, nuova occasione per fare informazione vera. Così non si aiuta un Paese a crescere, si coltiva l’odio sociale.