«La pressione su Gheddafi funziona»

«Un militare italiano dotato di visione, mentalità cosmopolita, sensibilità politiche e diplomatiche che ne fanno una figura di primo rilievo nella comunità internazionale». L’identikit del generale Claudio Graziano è preso dal blog di Gad Lerner. Era il luglio 2008 quando il giornalista aveva incontrato l’allora “force commander” dell’Unifil, in Libano. Tre anni dopo, quell’alpino piemontese con due lauree, dal 1976 con incarichi di comando in giro per il mondo (dal Mozambico all’Afghanistan) è capo di gabinetto del ministero della Difesa. Dopo il via libera di Palazzo Madama con lui si può fare il punto sulla situazione delle missioni militari italiane all’estero.

Generale Graziano, dopo l’ennesimo caduto in Afghanistan non suona contraddittorio chiamarle missioni di pace?

Onestamente penso di no. Questa è una definizione ratificata dalle Nazioni unite. Se vogliamo cavillare potremmo definirle missioni “per” la pace. Ma l’interesse unico degli interventi militari internazionali è quello di portare benefici alla popolazione civile. Insomma, quello di tutelare la gente per bene. L’azione di guerra sarebbe cosa ben diversa. Per certi versi si farebbe in fretta, ma con conseguenze ben diverse sulla popolazione civile. Le ripeto: l’interesse unico è riportare la pace. Quindi la definizione è corretta.

Come reagisce davanti allo sfogo di tanti italiani, uno sfogo che sentiamo ripetere anche da qualche esponente politico con la domanda: chi ce lo fa fare di stare là?

Premesso che non c’è niente che possa compensare il dolore per la perdita di una vita umana, dobbiamo ricordare che l’Italia fa parte di una comunità internazionale. In Afghanistan abbiamo avuto 41 caduti, come ne ha avuti la Danimarca. Le cito da una fonte neutrale e indipendente, come Wikipedia: la Francia ne ha avuti 56, le forze britanniche 364, gli Usa 1465. Le dico anche che proprio per rispetto ai nostri caduti non possiamo andare via. Siamo lì per garantire la sicurezza delle popolazioni del posto. Quando un carabiniere perde la vita a un posto di blocco in Italia lo fa per garantire la sicurezza di ognuno di noi. I nostri militari che sono impiegati in Afghanistan o in Libano agiscono in nome dello stesso principio.

Nel 2005 lei è stato comandante del contigente di stanza a Kabul, successivamente per tre anni ha comandato in Libano gli oltre tredicimila soldati provenienti dalle forze armate di trenta nazioni. Differenze tra i due scenari?

Tantissime. In Libano non c’era un’emergenza umanitaria, l’operazione di pace arrivava dopo una stagione lunga e sanguinosa, ma c’erano meno problemi sociali ed economici rispetto all’Afghanistan. Siamo arrivati lì per la richiesta delle parti in causa. Abbiamo operato con la collaborazione di Israele delle forze regolari libanesi. Siamo arrivati a una cessazione delle ostilità. Adesso bisogna aspettare che le parti scrivano e firmino un cessate il fuoco. Però occhio ad abbassare la soglia di attenzione, la tensione è latente ed è sempre possibile un’involuzione negativa.

E l’Afghanistan?

Siamo arrivati in una situazione di estremo degrado e povertà. Di grande isolamento logistico. Un conto è far sbarcare migliaia di soldati come in Libano, un altro conto è farli arrivare via aereo. È una regione che è al centro del traffico di droga, come primo produttore mondiale di oppio. E poi non parliamo di un solo Afghanistan, le divisioni tribali da una parte e la mancanza di un governo centrale forte dall’altra hanno rappresentato difficoltà innegabili. Stiamo facendo passi da gigante, stiamo addestrando gli afghani. Ma ci vuole tempo. Venne previsto da alcuni osservatori internazionali all’epoca dei due conflitti: «Si farà prima in Iraq che in Afghanistan». Sembrò un paradosso, era la verità. È un territorio che è in guerra praticamente da sempre.

Com’è il rapporto con la popolazione afghana?

Per noi italiani è sempre stato il punto di forza. In questo territorio è stato più difficile all’inizio conquistare i cuori e le menti perché i danni collaterali hanno lasciato il segno, ma è stato più forte il legame di riconoscenza dopo. Avreste dovuto vedere le condizioni delle donne afghane appena siamo arrivati. Se pensa che invece, adesso, spesso sono donne e bambini a segnalare ai nostri soldati i pericoli di attentati, questo le fa capire che le cose stanno migliorando per tutti.

E in Libia ci sarà invece bisogno di un intervento di terra?

Con l’attuale configurazione prevista dalle Nazioni unite l’occupazione del territorio libico è bandita. Le ricordo la risoluzione Onu, la 1970, che ha stabilito che il Raìs ha perso la legittimazione internazionale. È un punto decisivo per il futuro dle popolo libico.

Lei ha anche una laurea in scienze strategiche militari, ha mai visto una missione militare che non porti all’intervento terrestre?

Questa potrebbe essere la volta buona. Qualche mese fa ho incontrato il leader del comitato transitorio libico. Nutrono grandi aspettative nei confronti degli italiani. Ci sono legami culturali e sociali che ci pongono in posizione preferenziale rispetto alle altre nazioni. Credo che l’opposizione ce la possa fare. Il doppio binario, militare e diplomatico, sta dando i suoi frutti.