«La nemesi della sinistra? Al Pd la linea la dà Jovanotti»

Non sarà stato Il più grande spettacolo dopo il big bang (dall’omonima canzone in vetta alle classifiche), di certo con l’esibizione al Teatro Valle di domenica sera ha guadagnato pure lui una nomination da aspirante leader della sinistra. Lorenzo Cherubini, in arte Jovanotti, dal palco del teatro romano occupato dal 14 giugno  dagli artisti “impegnati” contro il governo, è solo l’ultimo esempio di una opposizione costretta ad appoggiarsi alla hit parade, ai premi cinematografici (a capeggiare gli artisti in apprensione per le sorti del teatro c’è la palma d’Oro di Cannes, Elio Germano) agli Oscar (Bernardo Bertolocci anche lui tra gli aderenti). La consacrazione di Jovanotti è arrivata attraverso messaggi non tanto subliminali. Su tutti il “Venerdì” di Repubblica gli ha dedicato una copertina e un articolo di Michele Serra che valgono più di un imprimatur. Il «grandissimo coglione che dovrebbe andare in miniera anziché cantare» (definizione datagli da Beppe Grillo al Festival di Sanremo del 1989) è diventato un intellettuale, un maitre à penser.
Dalla politica-spettacolo allo spettacolo che fa la politica: un paradosso sul quale ragionare con Pier Francesco Pingitore, padre nobile della satira italiana, storico ideatore, insieme a Mario Castellacci, della compagnia del Bagaglino-
Se la sinistra è costretta ad affidarsi a un cantante pop forse non gode propriamente di ottima salute.
Ormai è mezzo secolo che va avanti questa storia. La sinistra ha sempre saputo gestire la macchina culturale dal dopoguerra in poi. Questo, sotto certi aspetti, ha il suo lato positivo. È un’operazione che un Palmiro Togliatti seppe gestire al meglio, la destra no.
Jovanotti è stato a lungo irriso allorché non era ancora schierato. Da quando ha fatto il suo endorsment per la sinistra è entrato nel Pantheon degli artisti con la a maiuscola. Buttarsi a sinistra conviene?
La sua santificazione è stata pressoché immediata. Lo abbiamo scoperto oggi? O ti schieri con loro o non entri nei loro favori.
È capitato anche a lei e Mario Castellacci, cabaret di destra, quindi di serie B.
Se io e Castellacci ci fossimo schierati apertamente a sinistra, facendo le stesse identiche cose, scrivendo gli stessi testi, mettendo in scena gli stessi spettacoli, ci avrebbero messo nel Pantheon.
Allo stesso modo è radicalmente cambiata la considerazione per Beppe Grillo. Si aspettava una metamorfosi così singolare?
Non mi pare avesse una grande vocazione politica. Poi deve avere scoperto che da comico a paladino del riscatto dei popoli la gratificazione era maggiore. Il suo blog è uno dei più visti, ormai è prigioniero della parte, è costretto a continuare.
E della parabola politica di Adriano Celentano che idea si è fatto?
È un mistero. Ha una genialità, direi involontaria, come comico. Non so se abbia un messaggio da proporre. Mi ricorda Peter Sellers in “Oltre il giardino”. Il giardiniere che parlava delle rose, delle piante e diceva banalità che venivano interpretate come ragionamenti particolarmente raffinati.
Non trova curioso che a sinistra abbiano più spazio i personaggi dello spettacolo che i politici?
Da Nanni Moretti a Sabina Guzzanti c’è un approccio che va a contaminare inevitabilmente la politica. Sono diventati dei punti di riferimento ideologici, su questo non c’è dubbio.  
Fiorello in un’intervista recente ha lamentato una certa acredine da parte di alcuni comici nei confronti dei personaggi che imitano.
La satira può essere cattiva. Quello che non deve avere è un atteggiamento pregiudiziale. La satira militante è un ossimoro. E cioè una contraddizione in termini. Se la adoperi per orientare il giudizio politico dello spettatore tradisci il messaggio autentico, quello di irridere. Secondo me bisogna tenere fede al classico e risaputo motto oraziano: «Dire la verità sorridendo».  
La sinistra ha perduto in più occasioni agli appuntamenti elettorali, ma non perde mai l’egemonia culturale. Come lo spiega?
Il regime fascista ha avuto un grande organizzatore culturale, Giuseppe Bottai. Quegli stessi uomini di cultura sono stati poi gestiti dopo la guerra in maniera estremamente efficiente da un dirigente politico di grande spessore, Palmiro Togliatti.
Come giudica l’atteggiamento dei politici di centrodestra rispetto alla cultura? 
Molti di loro si sentono gratificati solo dal fatto di farsi la foto con “il grande artista di sinistra”. Sono già contenti se non li insulta e se dà loro la mano. C’è un atteggiamento di sudditanza che fa sorridere.
E non la fa sorridere che negli ultimi tempi la linea politica del Pd la vadano a dettare cantanti, registi e attori?
Tutta la macchina culturale è rimasta la stessa dei tempi del vecchio Pci. Hanno dato una riverniciatina, hanno cambiato i parafanghi, ma rimane quella. La nemesi è che prima il Pci dettava la linea agli artisti adesso invece è Jovanotti che detta la linea a Bersani.