La Merkel riempie il silenzio del Colle

La parolina magica è “coesione”. È talmente magica che consente di parlare della manovra del governo e, come d’incanto, non essere costretti a darne un giudizio positivo. La usano tutti. La usa Bersani, per sottolineare come il Pd sia stato bravo in aula proprio quando c’era in ballo il testo di Tremonti. La usa Casini alla convention del Terzo polo, come l’antibiotico giusto per curare i mali della politica attuale, in primis del centrodestra. La usa Napolitano parlando della manovra alla cerimonia del Ventaglio: per lui, infatti. il segnale risolutivo è stata la “coesione” tra maggioranza e opposizione, una prova «che l’Italia doveva dare per mostrare la capacità delle sue forze vitali di reagire a situazioni e sfide assai dure». Nulla conta che le stesse opposizioni si siano limitate a non fare ostruzionismo, mantenendo le loro critiche ai provvedimenti economici e votando contro. La panacea di tutti i mali è stata l’approvazione «rapidissima» delle misure proposte: paternità e contenuti, per il Quirinale, sembrano essere cose di second’ordine. Bisognava salvare l’Italia dalla catastrofe? Lo si è fatto. Ma, si badi bene, non grazie ai contenuti del provvedimento ma grazie alla “coesione”. Come se i conti, i “più” e i “meno” del testo, l’equilibrio economico fossero un accessorio. Della “coesione”, naturalmente.
Tutto questo è in assoluta difformità dall’Europa. Il centrosinistra (e anche il Colle) cerca di tirare acqua al mulino dell’opposizione. L’Europa, invece, guarda ai contenuti e rileva quanto siano qualitativamente e quantitativamente sufficienti per centrare gli obiettivi che ci si è preposti. Questo basta? Probabilmente no.
Eppure la manovra è stata “promossa” un po’ da chiunque, a livello internazionale. Ci sono stati gli applausi dei capi di Stato e di governo dell’Eurogruppo e un ok personale anche da parte di Angela Merkel: «Penso – afferma la cancelliera tedesca – che il piano di austerity italiano sia assolutamente buono». Il percorso è delineato: entro il 2012 il rapporto defict-Pil scenderà al di sotto del tre per cento e, per fine 2014, sarà anche centrato l’obiettivo del pareggio di bilancio. Tutto merito delle cifre messe nero su bianco da Tremonti, cui va il merito di aver mantenuto la barra diritta in materia di conti pubblici. Napolitano, però, di tutto questo non sembra accorgersi affatto. Per lui il segnale risolutivo, come detto, è stata la “coesione”.
La Merkel ha sottolineato che «sono necessari altri passi, perché il debito italiano non è proprio piccolo e la strada è lunga» e Napolitano si è invece accorto che la prova di coesione non è stata «risolutiva», in quanto «molto resta da fare in Italia e molto resta da fare a livello europeo». Dietro l’angolo, dunque, non c’è la strada spianata che si vorrebbe, c’è un percorso tortuoso su cui tutti sembrano concordare. La differenza è che Bruxelles guarda ai fatti concreti, mentre il Quirinale sponsorizza le politiche compromissorie tra centrodestra e centrosinistra. Con quest’ultimo che vorrebbe prendersi i meriti del piano di risanamento dei conti, senza condividerne le responsabilità. Basta guardare alle dichiarazioni che, in queste ultime settimane, sono arrivate dai leader di Pd, Idv, Sel e Terzo polo, tutte tese a dimostrare che la manovra impoverisce il Paese.
I mercati, per fortuna, non la pensano allo stesso modo. E le decisioni assunte giovedì a Bruxelles, con il nuovo pacchetto di aiuti alla Grecia, sembrano aver impresso quella spinta ritenuta necessaria per restituire smalto ai nostri titoli pubblici e consentirci di non dissanguarci sul fronte del pagamento degli interessi per il finanziamento del debito. L’Italia non era e non è al centro del tifone che ha scolvolto le piazze borsistiche europee, nonostante l’allarmismo caricato ad arte. «Al vertice – riferisce Silvio Berlusconi ai giornalisti –  tutti si sono complimentati per la manovra e soprattutto per l’approvazione avvenuta in tempi record». La prova? Basta scorrere il documento finale nella parte in cui si dice che gli stati membri «aderiranno strettamente agli obiettivi di bilancio concordati» e che i deficit (eccetto Grecia, Portogallo e Irlanda) «saranno portati sotto il tre per cento al più tardi entro il 2013. In questo contesto salutiamo con favore la manovra finanziaria recentemente presentata dal governo italiano, che gli consentirà di portare il deficit sotto il 3 per cento nel 2012 e di raggiungere il pareggio di bilancio nel 2014». Berlusconi tranquillizza tutti: «Noi siamo la terza economia europea. Il secondo Paese manifatturiero e abbiamo un sistema bancario solidissimo. Il 75 per cento delle famiglie italiane possiede una casa, abbiamo un sistema pensionistico correlato all’incremento dell’età media e siamo detentori del 60 per cento del debito pubblico. Stringendo, potremmo dire che il nostro Stato ha un debito forte, ma i cittadini sono benestanti».