Jim Morrison conquista il mondo del fumetto

Non poteva che arrivare d’Oltralpe, la prima biografia a fumetti di Jim Morrison. Perché nella capitale francese – terra d’elezione dei più grandi poeti di ogni tempo – questo ragazzo americano cresciuto a robuste dosi di Nietzsche, ma anche di Céline, aveva scelto di riporre gli ingombranti panni della rockstar per ritrovare se stesso, per cercare sulle strade parigine quel varco a lungo cercato sul palco e che gli avrebbe aperto, per dirla con l’amato Aldous Huxley, le porte della conoscenza. «Per me – spiegava – non si è mai trattato di un’esibizione, di una cosiddetta performance. Era una questione di vita o di morte, un tentativo di comunicare, di coinvolgere molte persone nel privato mondo del pensiero».
La strada dell’eccesso, come aveva appreso da William Blake, poeta inglese dell’Ottocento, conduce al palazzo della saggezza, ma logora irrimediabilmente il fisico. E il suo, prima ancora che il destino, era già segnato: il 3 luglio 1971 il suo corpo senza vita venne rinvenuto nella vasca da bagno del suo appartamento in Rue de Beautreillis e da allora riposa nel cimitero di Père-Lachaise, vero e proprio luogo di culto, ancora oggi fatto oggetto di un continuo pellegrinaggio di fan provenienti da tutto il mondo. Aveva (solo) ventisette anni e con la sua scomparsa – avvolta nel mistero, c’è persino chi ha sostenuto si trattasse solo di una macabra messa in scena e che lui sia vivo, nascosto chissà dove – ha avuto inizio la leggenda. Le phisique du role, del resto, non gli mancava: magnetico, sfrontato, disinibito, consapevole della sua bellezza da eterno adolescente, ambiguo e ribelle, riassunta nel viso angelicato e sensuale al tempo stesso. Adorato (letteralmente) da milioni di fan e perfetto per il merchandising che ne avrebbe alimentato il mito. Riducendolo, inevitabilmente, alla solita macchietta stereotipata dell’artista maledetto. Ovviamente progressista e pacifista.
L’abbondante iconografia che lo riguarda, del resto, trae in inganno: estraneo al conformismo degli hippy, insofferente ai dogmi della sinistra, dal vegetarismo al pace e amore, il “Re Lucertola”, era, invece, come lo descrivono Jerry Hopkins e Danny Sugerman nella biografia Nessuno uscirà vivo da qui (Edizioni Blues Brothers), un intellettuale raffinato, «per molti aspetti conservatore in ambito politico». Tanto da fargli «guardare i beneficiari delle opere assistenziali con lo stesso disprezzo che provava per i mendicanti capelloni». Personaggio ben più complesso e interessante di com’è stato spesso ripresentato, a fini puramente commerciali. Così come il gruppo che fondò e non gli sopravvisse, i Doors, un’alchimia musicale capace di coniugare la musica rock con la poesia, la teatralità e la drammaturgia. Non voleva fare solo musica e cavalcare l’onda del ribellismo nascente: «Non sto affatto parlando di rivoluzione, non sto parlando di manifestazioni o di scendere in piazza, sto parlando di danzare». Morrison, infatti, è stato infatti il primo a parlare delle implicazioni mitiche e dei poteri archetipici del rock, delle caratteristiche «rituali» del concerto, non mancando di suscitare l’ilarità della critica militante. Perché era, prima ancora di una rockstar, un poeta ispirato, maturo, antimaterialista, animato da una visionarietà rimbaudiana e da una tensione nietzscheana del superamento dell’esistente. Le sue poesie parlano di dolore, morte, solitudine, incomunicabilità, ma rappresentano anche un originale ed affascinante mondo fantastico costellato di animali, insetti, lucertole, aquile, dove si avverte la conoscenza di Lovecraft e Bloch. Anche per questo, piuttosto che con la solita antologia musicale, il modo più adeguato per ricordarlo è probabilmente proprio quello scelto da Frédéric Bertocchini e Jef, rispettivamente sceneggiatore e disegnatore, con la grapich novel pubblicata in Francia lo scorso novembre dall’editore Emmanuel Proust con il titolo Poéte du caos e arrivata da poche settimane in Italia grazie alle edizioni BD (pp. 120, € 12).
Se Oliver Stone nel film biografico del 1991 si era soffermato soprattutto sui lati “eccentrici” di Morrison, limitandosi a restituirne la solita abusata figurina di genio e sregolatezza – e ricevendone in cambio la stizzita bocciatura dei fan – il pregio di questa biografia a fumetti, invece, è proprio quello di aver spogliato Jim Morrison dalla divisa da aninale da palcoscenico che negli ultimi tempi gli procurava un crescente disagio, mettendone in luce gli aspetti e gli episodi meno esplorati attraverso il suggestivo uso del flashback. Dalle prime storie d’amore alle frenetiche letture giovanili. Dall’adolescenza ribelle ai rapporti con i genitori, famiglia cattolica della medio alta borghesia del Sud. Difficili, esattamente come per un qualsiasi coetaneo. Lasciando che tra una foto di scena e l’altra compaia, forse per la prima volta, la quotidianeità di un ragazzo simile a molti altri.
Frédéric Bertocchini, giornalista della classe 1973, giunto alla causa del fumetto grazie a una passionaccia giovanile per le avventure di Tintin, del resto, più che dalla voce enigmatica del cantante, si è lasciato intrigare dai testi di Morrison. «Al college – ha spiegato Bertocchini, un Master of Arts all’attivo – ho studiato le antiche civiltà e questo mi ha aiutato a comprendere i testi di Morrison, che mi apparve subito come un poeta e un filosofo. Ho iniziato scrivendo un saggio sulla sua poesia e anni dopo una sceneggiatura sulla sua vita». Cultore di testi filosofici era anche Morrison, che da parte sua si sentiva sempre più uno «sciamano» piuttosto che uno showman: «Io canto quello che gli altri non dicono. Per me contano solo i testi di una canzone. Sono un poeta. Mi piace dire al mondo cose importanti. Tutto ciò che esiste è un simbolo. Ogni cosa sembra lì per se stessa ma in realtà è qualcosa d’altro. La vera poesia non dice nulla. Dà solamente una parvenza della realtà. Apre tutte le porte».
Le tavole di Jef, rigorosamente in bianco e nero, rendono benissimo l’intento del libro, che non è l’ammiccante agiografia né la  mera traduzione a fumetti di una delle tante biografie pubblicate negli anni ma un’opera del tutto inedita nei temi e nell’approccio che, senza tacere nulla, ne ricostruisce il percorso culturale e l’educazione sentimentale partendo dalla “fine” – le sue ultime giornate parigine – per muovere a ritroso verso le tappe più salienti della sua vita. Dall’insofferenza per l’ambiente scolastico alla “fissa” per gli indiani d’America – Morrison raccontava, al riguardo, che l’anima di un indiano morto in un incidente stradale si era impossessata di lui, contagiandone ogni scelta successiva –  all’incontro con le opere di Nietzsche, che lo accompagneranno costantemente durante la sua vita, in particolare nella permanenza alla Florida State University, dove ne approfondì lo studio frequentando i corsi di filosofia della rivolta. Lesse La nascita della tragedia e cominciò ad affascinarlo la dionisiaca arte della musica: «La nascita del rock and roll ha coinciso con la mia adolescenza, con il divenire della mia consapevolezza». Ispirato dai suoi scrittori preferiti, scriveva poesie che diventavano canzoni: per “End of the night” confessò di aver preso spunto dal Viaggio al termine della notte di Céline. Beveva, cominciava sempre più spesso ad assumere droghe, acidi in particolare, ma non, come spesso si è sostenuto, per un’insana attrazione per la morte o per semplice autolesionismo. Da Nietzsche Jim aveva tratto una ardente voglia di donarsi, o, meglio, di consumarsi. Voleva vedere oltre, verso quel «nuovo occidente selvaggio, mondo sensuale e maledetto» che esisteva solo nelle sue fantasie e che Bertocchini e Jef hanno provato a restituirci.