Giustizia, il Pd si “distrae” e poi parla di regime

Come esordio, quello di Nitto Palma, non è stato dei più sereni. Il governo ha messo la fiducia sulla legge sulla “Inapplicabilità del giudizio abbreviato ai delitti puniti con la pena dell’ergastolo”, quella che è passata nell’immaginario comune come legge “allunga processi”. L’opposizione, che parla di ennesima legge “ad personam”, ha gridato al «regime» e tirato in ballo il nuovo ministro della Giustizia. «Se il buongiorno si vede dal mattino – ha sostenuto Antonio Di Pietro – siamo proprio messi male, visto che nel suo primo giorno da ministro Nitto Palma si è reso complice di azioni a tutela della criminalità e non della giustizia». Poi ci si è messo anche Umberto Bossi dicendo che «meno fiducie si mettono, meglio è».

Una vicenda tutta parlamentare
In realtà, al voto di fiducia che ci sarà stamattina si è arrivati per dimaniche tutte interne al Senato, dove si trova la legge. La loro sintesi estrema è che l’opposizione prima ha votato in capigruppo la calendarizzazione del provvedimento, che fissava il via libera entro il 4 agosto, poi ci ha ripensato e ha iniziato a fare ostruzionismo. Poi, ancora, di fronte alle obiezioni di chi ricordava quel primo assenso ha spiegato che allora non aveva capito bene di cosa si trattasse e, di fronte alla fiducia, ha preso a parlare di regime. Si tratta di una ricostruzione che si evince non solo dalle repliche alle accuse del capogruppo e del vicecapogruppo del Pdl, Maurizio Gasparri e Gaetano Quagliariello, ma anche da un intervento dello stesso presidente di Palazzo Madama, Renato Schifani, chiamato a dirimere una questione che ieri ha animato non poco la seduta e il dibattito politico, e non solo: l’Anm ha parlato di «provvedimento dagli effetti devastanti».

La distrazione e le «lagnanze» del Pd
«Mi rammarico della sua lagnanza e me ne faccio carico, affinché per il futuro mezz’ora prima della capigruppo gli uffici possano inoltrare ai gruppi gli argomenti che si intendono porre, al di là della didascalia», ha risposto Schifani a Luigi Zanda del Pd, che denunciava il fatto che l’opposizione non era stata informata sui reali contenuti del ddl Lussana. Schifani ha anche parlato di «incomprensioni e inesatte comunicazioni», ma ha sottolineato che «la prassi che vuole i capigruppo informati del tema dei provvedimenti inseriti in calendario è stata rispettata». Ora ci sono da notare alcune cose. La prima è che le leggi arrivano all’attenzione dei capigruppo con il loro nome e numero identificativo e il ddl Lussana non ha fatto eccezione. Il problema, semmai, potrebbe essere stato che il testo è arrivato con il suo vero nome, che fa riferimento al suo contenuto primario (il giudizio abbreviato per chi rischia l’ergastolo) e non con quello giornalistico di “allunga processi”, coniato dopo l’inserimento di un emendamento del Pdl (la norma incriminata è quella per cui se il pm vuole usare come prova in un processo la sentenza di un altro processo i testimoni di quest’ultimo vanno comunque sentiti ex novo). La seconda considerazione è che l’emendamento in questione è stato inserito proprio al Senato e ben prima di quella capigruppo che si è svolta appena dieci giorni fa, il 19 luglio. La terza è che su questa norma ci sono state tali e tante polemiche che non si poteva non conoscerne il “dettaglio”, a partire dalla legge in cui era inserita.

Il prima, il dopo e la fiducia
La faccenda però non si esaurisce così. Ha un prima e un dopo. Il prima lo ha ricostruito Gasparri: «La legge è stata approvata tre mesi fa in commissione senza drammi ed è rimasta in lista per tre mesi in attesa dell’inserimento nel calendario dell’aula». Inserimento «che è stato deciso all’unanimità», ha ricordato ancora il capogruppo del Pdl, che quanto al merito ha detto che «non è vero che serve ad allungare i processi, visto che affida al magistrato il compito di tagliare le liste dei testimoni quando sono palesemente rivolte ad allungare i tempi della sentenza». Al dopo, invece, ci ha pensato Quagliariello: «Ieri le opposizioni hanno posto 11 pregiudiziali e una sospensiva, e su un solo emendamento hanno presentato 70 sub-emendamenti, il triplo di quelli presentati sull’intero provvedimento. Era evidente che si era giunti all’ostruzionismo». Ad aprile, in commissione, gli emendamenti erano stati solo 25.

Il regime dell’antipolitica
La vicenda avrebbe dei tratti grotteschi, se non fosse che rimanda un’immagine tutt’altro che confortante di ciò che avviene (e di come avviene) in Parlamento. Intanto c’è quello che, di nuovo ieri, è stato sottolineato dal presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano: «La politica per come si esprime nel confronto pubblico e nella vita istituzionale appare oggi debole e irrimediabilmente divisa, incapace di scelte coraggiose, coerenti e condivise». Poi c’è quel dato piuttosto sconcertante per cui può succedere che in capigruppo qualcuno, per sua stessa ammissione, voti qualcosa senza sapere bene di che si tratti. Ma c’è anche che il commento sulle «fiducie» di Bossi, che resta ministro e leader del secondo partito di maggioranza, certo non ha conferito maggiore credibilità al governo. Infine, c’è il tema dei toni, che sono sempre alti, allarmati e allarmanti, con un meccanismo da “al lupo, al lupo” che, invece di evidenziare le criticità, le dissolve in un unico calderone. E che finisce per dare l’idea di trovarsi di fronte a un’unica, grande pantomima. Lo stesso Quagliariello ha ricordato che tanto l’ostruzionismo quanto l’apposizione della fiducia sono legittimi». «Anche questa è fisiologia democratica», ha detto, mettendo però in guardia sul fatto che «non è possibile che ogni volta si gridi al regime, perché poi quando il regime dell’antipolitica arriva veramente si rischia di non accorgersene».