Et voilà! Nel Pd non sono tutti buoni e puri…

Si scrive turbamento e si legge paura, smarrimento, senso di vertigine. I casi Penati e Tedesco deflagrano all’ombra dell’ex Bottegone e anche il partito dei “migliori” è costretto a mettere da parte il birignao della superiorità morale, quella tracotanza tipicamente progressista ben fotografata dal sociologo Luca Ricolfi, e smetterla di denunciare la pagliuzza degli altri quando si rischia di trovarsi presto o tardi la trave in casa. «Non neghiamo il turbamento che ci viene dalle indagini in corso», ammette Pier Luigi Bersani dopo giorni di imbarazzato silenzio e di pressing amico, da Gad Lerner, il primo a chiedere ai compagni indagati di togliere il disturbo, a Stefano Menichini, tra i più ruvidi nella richiesta di rigore. Un appello che lui non può più ignorare («tuteleremo con ogni energia e in ogni direzione il buon nome del Pd») ammettendo che il problema esiste e che la dirigenza diessina ha già fatto e farà il possibile sulla strada maestra della severità, «che va applicata anzitutto a noi stessi». Traduzione: non ci faremo cucinare a fuoco lento dai sospetti, presenti e futuri, dalle ipotesi di corruzione e concussione, dalle indagini della magistratura, dall’indignazione degli elettori.
Con una lettera aperta al Corriere della Sera di cui Massimo D’Alema condivide anche le virgole (che gliel’abbia dettata?), un Bersani insolitamente ecumenico si tuffa nel dibattito interno ai compagni per proporre il suo ricettario di contrasto alla cattiva politica, dopo aver ribadito di aver “consigliato” ad Alberto Tedesco di fare un passo indietro (consiglio ascoltato ieri con la lettera di dimissioni dal Pd) e di essere soddisfatto delle dimissioni annunciate dal compagno Penati (che però, riguardano solo gli incarichi interni).
Dopo la premessa generale, «non rivendichiamo una diversità genetica, ma politica» (che suona come la risposta tardiva agli interrogativi di Europa) e lo stanco refrain sulla fiducia verso la magistratura che deve fare il suo corso, Bersani arriva al sodo della questione morale: «Una legge sui partiti che garantisca bilanci certificati, meccanismi di partecipazione e codici etici pena l’inammissibilità a provvidenza pubbliche o alla presentazione di liste elettorali» e «una legge anti corruzione da troppo tempo insabbiata dal governo in Parlamento», per «togliere l’acqua in cui la corruzione può nuotare». A differenza di altri noi abbiamo già fatto molto… «abbiamo applicato per i candidati alle recenti elezioni il codice suggerito dalla commissione Antimafia», dice smentito dal suo alleato Di Pietro che accusa i compagni del Pd di aver candidato Tedesco quando era già scoppiato lo scandalo pugliese. «Dobbiamo aprire quattro occhi e fare tutto quanto ci è possibile per migliorare procedure di garanzia ed evitare che venga oscurata la nostra missione». Non sarà la “glasnost democratica”, che in tanti vorrebbero, ma è di sicuro l’ammissione di qualche svista di troppo. Quanta diversità di toni dalle invettive contro la maggioranza  lanciate qualche settimana fa con la sicurezza militante di chi si sente al di sopra di ogni sospetto e antropologicamente diverso dalla casta che popola i lidi del centrodestra. Sulle colonne di Repubblica, invece, l’ex sindaco di Torino, Sergio Chiamparino, preferisce cavalcare l’onda del Masaniello di turno e invita i compagni del Pd a ingaggiare una «battaglia anti-casta», il cui «primo atto» potrebbe essere «l’abolizione dell’autorizzazione all’arresto».
Ma non basta una spruzzatina di etica pubblica per fare finta di non avere zone d’ombra, terreni di contiguità tra politica e malaffare sfuggiti per decenni al controllo. Lo fa capire, senza dirlo, un prodiano doc che di sinistra d’antan se ne intende. «C’è da lavorare – dice Arturo Parisi – dobbiamo sciogliere aggregati che abbiamo ereditato dal passato e che sono territorialmente consistenti e dobbiamo evitare di cascare negli errori e nei limiti che denunciano come travi negli occhi degli altri. Le nostre saranno anche pagliuzze ma anche una pagliuzza dà dolore e affatica la vista». E il pensiero corre all’estate 2005 quando scoppiò l’affaire Unicredit con quella frasetta rubata a Fassino («abbiamo una banca»). Ma la tentazione di sentirsi diversi, antropologicamente migliori, è troppo forte. E così il dibattito avviato dall’epistola bersaniana si avvita intorno al tasso di bon ton dimostrato dalla dirigenza che marca la distanza dagli avversari corrotti (e un po’ meno dai compagni indagati). «La lettera di Pier Luigi tronca ogni strumentalizzazione, segna la differenza tra il nostro approccio e quello degli altri», dichiara un gongolante Enrico Letta. Marina Sereni si spella le mani, «è stato importante che Bersani abbia parlato per ribadire che il Pd ha piena fiducia nell’azione della magistratura e che ai nostri esponenti interessati dalle inchieste chiediamo un passo indietro». Già un passo indietro. L’ex capo della segreteria politica di Bersani, indagato nell’inchiesta della Procura di Monza sulle presunte tangenti per le aree Falck, aspetta di vedere ratificate nelle prossime sedute le dimissioni da vicepresidente dell’assemblea annunciate lunedì. Fa molto rumore e molta scena la sua sospensione dagli incarichi interni, ma nessuno scrive che Penati resta inchiodato al suo scranno di consigliere regionale. Lo ricorda il pidiellino Antonio Leone: «Penati non si è sospeso da consigliere regionale. Insomma, non si dimesso dallo stipendio». Alberto Tedesco, invece, è in dirittura d’arrivo al gruppo misto: «Ho spedito la mia lettera di dimissioni a Bersani, di quattro righe – dice amareggiato – visto che quando scrivo lettere di quattro pagine nessuno mi risponde, ho scritto quattro righe nelle quali annuncio che mi dimetto dal partito. Ora andrò nel gruppo misto al Senato, dove ero già da qualche mese. Le dimissioni verranno accolte? Eppure mi piacerebbe che qualcuno mi dicesse “parliamo e vediamo perché ti sei dimesso”. Ma io non alzerò il telefono, perché non lo alza qualcun altro?».Quell’invito a fare le valigie cortesemente fatto a mezzo stampa dal segretario Bersani gli brucia. E si sente. «Da quanto non sento Bersani? Non lo sento da mai». Un’ora dopo avere appreso di essere indagato mi sono dimesso da assessore regionale e sono stato sostituito due ore dopo». È la politica, baby.