E la giacca di Napolitano si allunga verso sinistra

Basta con la guerra politica tra le fazioni, l’opposizione collabori, i magistrati non facciano le star, si ritrovi l’unità sindacale, si affronti l’emergenza rifiuti a Napoli. Ed ancora, Gheffadi non sfidi l’Onu, fermiamo le morti bianche, si tuteli l’università, coltiviamo il dovere della memoria sulle stragi, serve una nuova stagione di riforme condivise, si fermino le stragi degli immigrati, basta razzismo, più ricerca, libertà, etica, sport. A proposito: Totti ha sbagliato a prendere a calci Balotelli.
Sono tanti, e tutti condivisibili, gli appelli che in questi anni di mandato presidenziale Giorgio Napolitano ha indirizzato al Paese, ma non tutti hanno pesato politicamente allo stesso modo. Di sicuro, quelli che si sono conquistati le prime pagine dei giornali, da tre anni a questa parte sono stati quelli indirizzati in maniera esplicita contro il governo, i moniti sfuggiti alla consueta ambiguità di fondo che porta a decriptare le parole del Capo dello Stato a seconda della convenienza politica, piegandole a interpretazioni di comodo che finiscono per fornire involontaria sponda a entrambi i fronti politici contrapposti, pronti a spellarsi le mani.
Un classico esempio di appello del Colle double face è quello sulle riforme, spesso reiterato da Napolitano in questi anni di governo di centrodestra: un monito considerato dall’opposizione una censura all’esecutivo per la sua indisponibilità a collaborare in modo bipartisan e dalla maggioranza come un invito alla controparte a non arroccarsi in nome dell’anti-berlusconismo. Tutti contenti, due righe sul giornale e via così, appello liquidato.
Quando i richiami toccano altre categorie, come i magistrati, per esempio, chiamati ad un atteggiamento più sobrio, o i sindacati chiamati all’unità, o i detenuti, come l’appello di ieri sulle carceri da svuotare, indirizzato al convegno dei radicali, quei messaggi sorvolano altrettanto rapidamente le cronache politiche dei giornali senza lasciare traccia alcuna nel teatrino quotidiano di commenti e duelli verbali. Se invece Napolitano si rivolge direttamente al governo, o in particolare a una forza politica come la Lega, ecco che il titolone si materializza quasi automaticamente in prima pagina: scontro tra Berlusconi e Napolitano. E la faccenda, da normale attività di moral suasion del Colle, diventa tragedia politica nazionale, cui l’opposizione fa volentieri da cassa di risonanza. La dimostrazione si è avuta anche in questi giorni con la lettera di Napolitano al governo sull’istituzione delle sedi decentrate dei ministeri al nord. Bufera, scandalo, scontro. Come se il Colle stesse provando a fermare una secessione portata avanti da guerriglieri padani, più che chiedere di chiarire meglio il ruolo di qualche decina di burocrati statali chiamati a trasferirsi al nord.

La lettera del Quirinale
Ieri è stata resa nota la missiva (che doveva restare segreta) indirizzata da Napolitano al governo nella quale il presidente fa notare come l’apertura di ministeri al nord confligga con la Carta costituzionale  e come l’inaugurazione delle sedi sia stata fatta «senza nemmeno che vi fosse un decreto pubblicato in Gazzetta Ufficiale», dunque senza che esista una legge operante. E Napolitano ha aggiunto: «Non è pensabile una capitale diffusa, c’è Roma». Solo una questione di forma o anche di sostanza? Buona la prima, per Berlusconi, che ieri in in apertura del Consiglio dei ministri ha rivolto un invito “pressante a tenere in debito conto le osservazioni formulate dal presidente della Repubblica sulle recenti istituzioni di sedi periferiche di strutture ministeriali, ed ha quindi chiesto a tutti i ministri di tenere comportamenti conseguenti”. Appello raccolto, dunque. Ma sia chiaro, ha ribadito Bossi, le sedi staccate dei ministeri inaugurate a Monza lo scorso weekend non si toccano. «I rapporti con Napolitano non si romperanno per questo», ha comunque smorzato i torni il senatùr. «Si romperebbero – ha aggiunto scherzando – se gli chiedessimo di ridare indietro i mobili che si è preso dalla villa Reale di Monza». Ed ancora: «Vado a Milano, nella capitale». Scandalo? No, cazzeggio estivo. Di sicuro Bossi non scherza quando dice, senza avere tutti i torti, che la Costituzione «non parla di dove devono stare i ministeri». Il senatùr risponde poi anche alla sollecitazione di Berlusconi che in consiglio dei Ministri ha invitato i colleghi di governo a tener conto dei rilievi del Colle: «Noi ne teniamo conto – assicura – però vogliamo spostare i ministeri come fanno gli altri paesi europei». Insomma, il primo a gettare acqua sul fuoco è Bossi. Quello che salta agli occhi è però il fatto che qualunque opposizione, morbida, incazzata o terzopolista, in nome dell’antiberlusconismo faccia a gara per approfittare dei rilievi del Capo dello Stato e scaricare veleni sul governo. Al di là del merito, si pone una questione: è giusto che le dinamiche Quirinale-Palazzo Chigi, legittime e istituzionalmente fondate, regolate da norme e consuetudini ben definite, finiscano per diventare pasto per mangiatoie politiche degli oppositori al governo?

La sponda per l’opposizione
Uno per tutti, Antonio Di Pietro, si aggancia subito al carro del Quirinale per attaccare Berlusconi.  «Quello avanzato dal presidente della Repubblica è un atto di sfiducia formale nei confronti del Presidente del Consiglio e del suo governo, rispetto al quale non possiamo rimanere impassibili a guardare», dice il presidente dell’Idv. «Occorre portare subito il dibattito in Parlamento sulle violazioni perpetrate nei confronti della Carta Costituzionale, evidenziate dal presidente della Repubblica, in relazione al decentramento dei ministeri. Per questo, intendiamo presentare una mozione di sfiducia formale nei confronti dell’intero esecutivo, ma per farlo occorrono almeno sessantatre firme, dunque facciamo appello alle altre forze politiche e ai deputati che ancora hanno una dignità affinchè si uniscano alla nostra battaglia a salvaguardia della democrazia e delle istituzioni», conclude. Ecco la cinghia di trasmissione: dal Colle alla mozione di sfiducia, a prescindere dal merito, sulla base di ciò che Di Pietro – in altre circostanze ferocemente critico con il Quirinale – considera una bocciatura del governo. Chi invece nel Pdl ha ragioni politiche legittime, in quanto esponente del governo del Lazio, come Poverini e Alemanno, non rinuncia a sua volta a unirsi nel coro di Napolitano. Il sindaco di Roma anche ieri è tornato tornato a tuonare contro Bossi parlando di «comportamento irresponsabile». E così pure Renata Polverini, presidente della Regione Lazio: «E’ evidente che ha ragione Napolitano». E quello di Bossi «è un comportamento che non porta da nessuna parte, in senso positivo, questo Paese».