Due pesi e due misure per Tedesco e Papa

Il clima del ’93, l’antipolitica, la credibilità delle istituzioni sono state più volte evocati, ieri, in una giornata difficilissima per l’intero Parlamento. Da una parte, al Senato, si votava la richiesta di arresto per il Pd Alberto Tedesco, indagato per corruzione e altri reati nell’ambito di un’inchiesta sulla sanità pugliese. Dall’altra, alla Camera, si votava un provvedimento analogo su Alfonso Papa, a sua volta presunto corrotto (e non solo) nell’ambito del’inchiesta P4. In entrambi i casi il voto è stato segreto.

Due pesi e due misure

Alla fine per Papa è arrivato il via libera all’arresto, per Tedesco no. Alla Camera ci sono stati 319 sì e 293 no. Al Senato i no sono stati 151, i sì 127, gli astenuti 11. La contabilità, in particolare a Palazzo Madama, è importante: nel Pd, a dispetto delle dichiarazioni di voto e della richiesta dello stesso Tedesco, sembra che qualcuno abbia voluto salvare il collega. La vicenda ha provocato anche un parapiglia in corridoio, perché il senatore del Pdl Domenico Gramazio ha fatto notare al Pd che «24 dei vostri hanno votato contro l’arresto». «Vergogna», ha detto. Ci sono stati urli, insulti, spintoni con Paolo Giaretta del Pd. Anche alla Camera si è sfiorata la rissa in Transatlantico tra il Pdl Enzo D’Anna e l’Udc Angelo Cera. L’esito del voto, invece, era stato accolto da un’aula ammutolita. «È una vergogna», pare abbia detto sbattendo i pugni sul banco Silvio Berlusconi, che fino a pochi attimi prima si era detto ottimista e che nell’incontro con Angelino Alfano e i coordinatori regionali del Pdl aveva parlato del rischio di un nuovo ’92. Poi il premier ha riunito un vertice a Palazzo Grazioli. Intanto si scatenavano i commenti, dalla «svolta epocale» vista da Pierluigi Mantini dell’Udc a «una pagina delle pagine più brutte nella storia del Parlamento» vista da Fabrizio Cicchitto.

Montecitorio come un autogrill

Ma a rendere difficile la giornata è stato soprattutto il clima complessivo. Le tensioni tra gli schieramenti e al loro interno, la montante onda di indignazione verso le istituzioni e alcuni tatticismi sono stati il vero terreno su cui si è consumato il voto. Per capire il contesto basterà un fatto: in un bagno di Montecitorio, come fosse il bagno di un autogrill, è comparsa la scritta «Cosentino camorrista, Papa in galera». È stata notata mentre era in corso la discussione e non si sa se l’abbia tracciata un deputato, un impiegato o un giornalista. Tutte e tre le categorie hanno accesso alle “maioliche” del piano dell’aula.

Al Senato va in scena un paradosso

È forse qualcosa di più di un atto di vandalismo. È la metafora di quanto serrato sia il corpo a corpo che quell’antipolitica, ampiamente citata in aula, ha ingaggiato nei confronti della politica. E dalla quale anche ieri ha ricevuto risposte inadeguate. Al Senato si è votato senza che vi fosse una relazione della Giunta per le immunità, la quale ha indicato un delegato (l’Idv Luigi Li Gotti) e non un relatore dopo non essere riuscita a stilare il documento. Si è verificata la situazione paradossale per cui Tedesco, quasi in lacrime, chiedeva il sì al suo arresto (improbabile vista l’opposizione del Pdl) e il Pdl annunciava il no, chiedeva il voto segreto e replicava al collega del Pd chiedendone le dimissioni, che avrebbero comprovato la sua reale volontà di andare fino in fondo. C’erano sicuramente per il primo e per i secondi ragioni alte, dalla voglia di dimostrarsi innocente alla coerenza garantista. Ma c’erano anche ragioni squisitamente politiche e forse anche elettorali, che rimbalzavano da una Camera all’altra.

«Per non farci chiamare casta»

Di là, a Montecitorio, Papa rivendicava la sua innocenza, mentre gli ex “responsabili” chiedevano il voto segreto come unica circostanza, ha spiegato il capogruppo Silvano Moffa, che potesse garantire la libertà dei deputati. Eccole lì, di nuovo, affacciate sull’emiciclo, l’antipolitica e la paura di un giudizio popolare che ormai nulla più concede o, semplicemente, discerne. Fino alla fine l’opposizione ha invocato la rinuncia al voto segreto da parte della maggioranza. Casini l’ha detto esplicitamente: «Lo chiedo perché fuori da qui noi siamo definiti una casta e io sono convinto che non lo siamo». Anche le ragioni di questa battaglia di posizione, però, erano a più facce, rivolte a luoghi diversi da quello delle richieste d’arresti.

Un teatrino targato Pd e Lega

Molto si è giocato sulle divergenze interne alla maggioranza, con la Lega che, dopo essersi macerata per giorni, aveva annunciato il sì all’arresto come le opposizioni e il Pdl che si muoveva compatto per il no. Stanare la spaccatura, che si sarebbe potuta “coprire” con il voto segreto, era il primo obiettivo che traspariva dall’opposizione, Pd in testa. Era stato Franceschini a parlare di uno scambio tra Lega e Pdl, tra voto segreto e decreto rifiuti, scatenando polemiche che hanno portato la Lega a replicare con un’altra dietrologia: «Pd e Udc non hanno garanzie su cosa faranno i loro», ha detto il capogruppo Marco Reguzzoni, poco prima che arrivasse l’esito del voto al Senato e che lui, per certificare il suo voto, ne mostrasse la foto.