Da Papa alle missioni estere: dove vuole andare la Lega?

Si fa presto a dire “democrazia, cioè il governo della maggioranza”. Qua, in verità, sembra che tutto sia deciso dalle minoranze. Fuori, ma anche dentro alle istituzioni. Fuori, ma anche dentro al governo.

Le bizze di Castelli
L’ultimo caso in cui l’esecutivo (che in teoria dovrebbe essere lo strumento delle maggioranze di cui sopra) è stato messo nei guai dalla propria minoranza interna riguarda l’annosa vicenda delle missioni all’estero e del loro rifinanziamento. Il voto sulla questione è stato infatti rinviato a martedì prossimo dopo che il Pd ha chiesto un chiarimento sul fatto che il testo del decreto uscito dalla commissione Esteri potrebbe essere modificato per le distinzioni leghiste in merito al provvedimento. Mercoledì in serata, infatti, il viceministro leghista Roberto Castelli ha annunciato che avrebbe votato contro. Il Pdl con il capogruppo Maurizio Gasparri ha dato l’ok alla proposta: «C’è la volontà di varare il decreto con rapidità, ma anche con l’approfondimento necessario». Nettamente contrari al rinvio Pd, Idv, Api e Udc. Anche la Lega, con Federico Bricolo, ha dato l’ok sia al rinvio che al voto immediato sul decreto e ha replicato a Rutelli che ha chiesto le dimissioni di Castelli: «Quando eravate voi al governo c’erano i ministri in piazza con i no global». L’ex Guardasigilli, dal canto suo, ha ribadito la propria posizione: «Non parteciperò al voto in Senato sull’Atto Senato 2824. La mia è una decisione esclusivamente personale, di cui ho discusso con il segretario federale Umberto Bossi». Castelli contesta in particolare la finalità della missione in Libia sottolineando che «è del tutto evidente, allo stato dei fatti, che l’intervento umanitario non può reggere ed è del tutto incredibile. D’altro canto, essendo io un esponente del governo, non posso certo nascondermi che questa scelta ha ricadute di natura politica. Pertanto, qualora il presidente del Consiglio e il segretario del mio partito ritenessero che questa mia posizione sia incompatibile con la carica di governo, mi dichiaro disponibile a dimettermi immediatamente».

B&B: niente incontro in Cdm
Insomma, tra Pdl e Lega le acque restano più agitate che mai. Ma chi aspettava l’incontro chiarificatore tra Bossi e Berlusconi rimarrà deluso. Il Senatur, infatti, non sarà presente oggi al Consiglio dei ministri e resterà al Nord. Assenza, pare, già prevista da giorni e programmata in momenti non sospetti. Eppure la circostanza appare significativa di un chiarimento che tarda a venire. Non manca, tuttavia, chi cerca di gettare acqua sul fuoco. Non vi è «alcun nesso», ha chiarito il segretario del Pdl Angelino Alfano, tra il voto della Camera su Alfonso Papa e la tenuta del governo. «Le posizioni della Lega –ha sottolineato Alfano – erano pubbliche e precedenti. Erano posizioni note e non capisco il perchè della sorpresa sul voto di mercoledì. Resta, ovviamente, il nostro dissenso su quanto avvenuto, perchè la nostra posizione è ben diversa da quella giustizialista. Inoltre, il diniego alla richiesta di arresto non avrebbe certo garantito l’impunità del deputato e non avrebbe impedito alla giustizia di proseguire nel suo lavoro». Mercoledì, ha proseguito Alfano, «ci sono stati due voti differenti al Senato e alla Camera proprio perchè si trattava di scelte di coscienza. Ma tra un voto segreto che riguarda la libertà personale di un deputato e un tema di fiducia al governo non vi è alcun nesso. Abbiamo tenuto su voti di fiducia palesi e su altre votazioni importanti a scrutinio segreto in questi ultimi mesi».

Quel “congresso” a spese di Papa
Insomma, il caso Papa tiene ancora banco. Berlusconi, a quanto pare, sarebbe stato informato del sì alle manette già lunedì sera alla cena di Arcore con Bossi. Elemento, quest’ultimo, che sembra escludere un’escalation in direzione della rottura tra i due movimenti. Eppure la tensione resta alta. Sulla pelle del deputato del Pdl, è parso evidente, si è in realtà consumata una resa dei conti interna, con un sussulto maroniano potente e chiaro. Nelle ultime ore si è tornato a parlare anche della sostituzione dell’attuale capogruppo alla Camera Marco Reguzzoni con Giacomo Stucchi, vicino al titolare del Viminale, che rappresenterebbe un ulteriore segnale di cambiamento della geografia politica interna. Berlusconi, a questo punto, deve capire: Bossi è ancora al timone del partito? In futuro il Pdl dovrà trattare solo con il Senatur o anche con Maroni? Anche perché nella stessa metà berlusconiana della maggioranza non tutti si accodano alla linea morbida dettata dal segretario. «Qualcuno in Parlamento ha detto che “si è consumato il congresso della Lega su un nostro deputato”. Concordo pienamente», ha affermato, ad esempio, il sottosegretario agli Esteri Stefania Craxi. Ancora più duro il ministro dei Beni culturali Giancarlo Galan: «Mi dispiace che sulla pelle di un uomo, che sia deputato o meno, si sia giocata una partita interna della Lega. È un episodio tristissimo, mi rincuora che il mio partito non lo abbia fatto in una vendetta con Tedesco al Senato ma per noi vige il principio che in carcere si deve andare dopo il processo». E intanto ieri,  ufficialmente per parlare unicamente del ddl di riforma costituzionale, si è tenuto un incontro fra i vertici del Pdl e il leghista Roberto Calderoli. Insieme al ministro della Semplificazione si sono riuniti a via dell’Umiltà, sede del Pdl, il segretario Angelino Alfano, i coordinatori Denis Verdini e Sandro Bondi, i capigruppo Maurizio Gasparri, Fabrizio Cicchitto e i vice Massimo Corsaro e Gaetano Quagliariello.

Un voto segreto, ma non troppo
Ma c’è un altro aspetto del voto su Papa che ieri ha agitato non poco la maggioranza: le modalità con cui l’opposizione e alcuni leghisti, tra cui Maroni, hanno votato ha reso di fatto riconoscibile il sì all’arresto del deputato Pdl. Il Pdl ha sollevato la questione e la presidente di turno, Rosy Bindi, ha rimesso la valutazione della vicenda all’ufficio di presidenza. Il capogruppo Pd, Dario Franceschini, ha rivendicato «l’assoluta libertà» dei deputati di rendere riconoscibile il loro voto anche in presenza di uno scrutinio segreto. A Franceschini ha replicato il capogruppo Pdl, Fabrizio Cicchitto: «A causa di quanto accaduto è possibile che vi siano gli estremi per una invalidazione del voto: le parole stesse di Franceschini sono la conferma che il voto non è stato segreto. Ma un voto parlamentare o è segreto oppure non lo è». Alla fine, però, la vicenda è terminata in un nulla di fatto: «Non ci sono presupposti per considerare non valido», ha detto il presidente della Camera Gianfranco Fini.