Cosa voglia la Padania nessun lo sa

Un partito serio, per carità, radicato sul territorio, con quadri qualificati, una base fidelizzata. «Avercelo noi!», abbiamo detto per anni. Qualche volta però si ha il sospetto che girino a vuoto, che siano così schiavi della boutade che proprio non riescano a non buttare per aria il tavolo proprio quando il cameriere sta versando la zuppa.
La Lega di oggi non è certo quella delle origini. E come potrebbe. Si tratta di una forza che è stata al governo più che all’opposizione, non solo a Roma, occupando dicasteri strategici, ma anche nelle regioni, nelle province e nei comuni.
I nemici dicono che sono inaffidabili, che a ogni giro di luna vogliono far cadere giunte e governi. Umorali, sopra le righe, rissosi o almeno roboanti e minacciosi. Forse solo simpatici Capitan Fracassa. Gli amici li giustificano, dicono sul territorio alzano la voce, ma a Roma sono alleati leali.
Gli esperti di comunicazione sono concordi su una cosa: a furia di alzare i toni e promettere scempi rischiano di deludere il proprio elettorato. Se allevi molossi devi dargli carne cruda di continuo, sennò ti staccheranno un braccio. La Lega ha un elettorato che ha abituato a toni elevati e promesse di spaccare tutto. Il problema oggi si chiama Lampedusa. Dinanzi all’emergenza dei profughi il ministro leghista Maroni si è comportato in modo ineccepibile, nel rispetto delle leggi nazionali e internazionali, dei trattati e delle regole umane non scritte. Una delusione per alcuni, ai quali per anni avevano promesso una Lega trinariciuta e senza cuore.
C’è poi il fatto di aver abituato i propri elettori che il Nord – a prescindere – debba avere un trattamento diverso dal resto del territorio nazionale. La realtà oggettiva – evidente ai rappresentanti leghisti, che sono intelligenti quanto scaltri – è che, ammesso che il Nord sia la locomotiva del Paese, bisogna far andare tutto il treno altrimenti anche la locomotiva finisce a valle. La risposta retorica e propagandistica è quella di sganciare i vagoni e correre via veloci come un verde puledro nel vento al grido di “secessione, secessione”.
Un sacco di adolescenti si agitano sotto palco cantando canzoni di una cattiveria incredibile e indossano magliette con teschi fiammeggianti. Ma poi si cresce.