Chi fermerà la roulette delle inchieste vip?

Il giorno dopo il mercoledì nero del Parlamento tante considerazioni si potevano fare. E tante ne ha fatte Giorgio Napolitano sulla giustizia, parlando della «grave insufficienza del sistema e della crisi di fiducia che esso determina nel cittadino». Non è una novità che il presidente della Repubblica intervenga su questi temi, anche se ieri le sue parole hanno assunto un valore del tutto particolare.

Il singolo e il sistema
Del resto i problemi richiamati da Napolitano esistono da prima del voto su Alfonso Papa: lo scontro tra politica e magistratura; la confusione di ruoli tra i due poteri; la ricerca di visibilità e la tendenza a eccedere i limiti della propria funzione di alcuni magistrati. Si tratta di alcune bad practices che ormai da tempo insistono nel sistema giustizia italiano e che, se sono in parte endemiche, sono in parte anche legate alle singole personalità che compongono la magistratura.

I magistrati non sono tutti uguali
Durante la discussione dell’altro giorno a Montecitorio qualcuno ha ricordato le figure di Falcone e Borsellino e qualcuno ha citato il pm dell’inchiesta sulla P4, Henry John Woodcock. Nessun altro accostamento avrebbe potuto ricordare con la stessa efficacia che la magistratura è un corpo articolato, fatto di tante persone con attitudini diverse, in cui convivono (ancora oggi, anche in assenza di Falcone e Borsellino) magistrati che fanno il loro lavoro con scrupolo quasi ossessivo, lontano dai riflettori e con straordinaria dedizione alla Repubblica, talvolta anche mettendo in gioco la propria esistenza, e magistrati che hanno più facilità a formulare le accuse, che sono noti come star e che danno l’impressione di non mantenere quel necessario distacco richiamato anche da Napolitano.

Il rischio emulazione
Ancora durante la discussione in aula dell’altro giorno è stato ricordato che più di un’inchiesta di Woodcock si è rivelata un buco nell’acqua, che ha avuto però due effetti: rovinare la vita o parte di essa a chi era finito iscritto nei suoi fascicoli e fare di lui un personaggio mediatico. C’è da dire che l’attitudine alle inchieste vip del pm vivente forse più noto d’Italia è supportata da un sistema che gliele consente e che gli rese possibile, da quel del Tribunale di Potenza, avviare un’inchiesta per corruzione e sfruttamento della prostituzione che arrivava fino a Campione d’Italia, ma che partiva dai problemi di casa di uno sfrattato lucano. C’è, anche, un “rischio emulazione”, ovvero la possibilità che un qualunque magistrato in cerca di facile visibilità sfrutti a suo vantaggio gli spiragli lasciati aperti dal sistema e trovi anche lui il suo indagato eccellente che, fatto salvo il presidente della Repubblica, può essere chiunque.

Credibilità vs audience
Riflettere su questi temi non significa dire che la magistratura non abbia il diritto/dovere di indagare laddove veda un reato o che non lo abbia lo stesso Woodcock. Significa, invece, riflettere sulle parole di Napolitano, al di là degli applausi di rito o delle strumentalizzazioni di parte. Perché il problema di come la magistratura o i singoli magistrati interpretino il loro ruolo non riguarda questa o quella parte politica, ma l’intero Paese e le sue istituzioni. La spettacolarizzazione, ha detto Napolitano, «rischia di spingere la professione del giudice al centro di polemiche personali e di conflitti istituzionali». «Solo nell’esercizio imparziale dei suoi compiti – ha aggiunto – il magistrato può conquistare e meritare credibilità pur se contingentemente può piacere ad alcuni o a molti». Con altrettanta durezza il capo dello Stato ha parlato della confusione dei ruoli con la politica. Anche in questo campo esistono esempi. Luigi De Magistris che, dopo aver istruito l’inchiesta che portò alla caduta del governo Prodi, s’è fatto a sua volta politico. Prima ancora di lui fu Antonio Di Pietro, istrione di quella Tangentopoli che è stata così tante volte evocata in questi giorni e la cui immagine simbolo resta il lancio di monetine che, si dice, potrebbe riproporsi da un momento all’altro.

La politica ha le sue colpe
Allora come oggi l’antipolitica fu humus e strumento del corto circuito istituzionale di cui si continuano a pagare le conseguenze. E di cui certa politica è responsabile tanto quanto certa magistratura. I vizi da cui la magistratura deve guardarsi di cui ha parlato Napolitano intanto sono stati possibili in quanto anche la politica lo ha consentito. In questi lunghi anni trascorsi dal 1993 più volte si è posto il problema di come sanare il vuoto di regole e bilanciamento dei poteri che si era creato con la fine dell’immunità parlamentare. E, in un Parlamento litigioso su tutto, su quello più volte si sono create delle convergenze nella consapevolezza che se i costituenti l’avevano prevista un motivo c’era.

Una sconfitta per tutti
Nessuno però ha avuto il coraggio di portare il discorso fino in fondo, temendo – è il sospetto più forte – una perdita di quel consenso che sempre di più diventato l’unica stella polare. Il risultato è che ciò con cui oggi il Parlamento si trova davvero a dover fare i conti non è la condotta più o meno criminosa di Alfonso Papa o chi per lui o il protagonismo più o meno spiccato di Henry John Woodcock o chi per lui, ma il pericolo che un sistema già vacillante non tenga più. È lo stesso pericolo con cui deve fare i conti anche la magistratura, per la quale il voto dell’altro giorno rischia di essere un successo di cui compiacersi ben poco. Perché in fondo politica e magistratura condividono lo stesso destino di poteri dello Stato e per nessuna delle due invadere con prepotenza il terreno dell’altra o sostituirvisi può essere una vittoria. L’unico risultato è una sconfitta per tutti.