Btp sotto assedio? È il frutto del catastrofismo dei media

Francesco Signoretta
Quando si dice “facciamoci del male a ogni costo”. La campagna di disinformazione e di allarmismo messa in campo dalla macchina denigratoria della sinistra ha già prodotto i sui primi effetti negativi. Ieri la speculazione ha attaccato frontalmente i Btp italiani. In una giornata di forti tensioni sui mercati, con i titoli del debito pubblico del nostro Paese che hanno perso ulteriore terreno rispetto al bund tedesco a dieci anni, lo spread si è allargato raggiungendo nuovi massimi storici: prima a 228 punti, poi toccando i 230 e, infine, assestandosi a quota 247. Come dire che, a quel punto, per trovare acquirenti ai nostri Btp, lo Stato italiano doveva offrire rendimenti di 2,47 punti percentuali superiori agli equivalenti tedeschi. Con il nostro livello di debito pubblico da finanziare (oltre 1800 miliardi di euro) davvero la peggiore delle notizie: cento punti di differenza equivalgono a regime a 16 miliardi di deficit pubblico in più.
Ma com’è potuta succedere una cosa di questo genere, a pochi giorni dal varo di una manovra economica che Moody’s considera «buona», Trichet definisce «adeguata» e Mario Draghi ritiene «giusta» e in grado di perseguire il pareggio di bilancio, così come concordato dalla Ue, entro il 2014? Perché situazioni di difficoltà internazionale, come il downgrade del Portogallo da parte di Moody’s e il caso Grecia, si sono andate a sommare a questioni di carattere interno che inducono a percepire come indebolita la posizione del ministro dell’Economia, considerato garante dei nostri conti. Uno stato di cose del tutto virtuale, insomma, ha finito per avere il sopravvento su una situazione reale, sicuramente migliore rispetto a qualche settimana addietro. Adesso, infatti, la manovra economica c’è ed è tale da superare le preoccupazioni del momento. Perché Tremonti e il governo, al di là delle possibili limature successive, hanno garantito le misure che i mercati si aspettavano. Eppure, ieri, i titoli pubblici italiani erano sotto pressione più di quelli della Spagna. Un indicatore inequivocabile di rischio. In teoria, infatti, avendo tutti i 17 Paesi dell’area euro la stessa moneta, non dovrebbero esistere differenze di rendimento, come invece accadeva prima dell’adozione della moneta unica.
L’Italia è a rischio, come vorrebbe Pier Luigi Bersani? No, concretamente no. Sul fronte dell’economia, però, le situazioni attese hanno spesso un significato più importante di quelle che si realizzano concretamente. Anche perché agiscono a monte e, in tal modo, possono perfino modificare l’evoluzione dei fatti. È la fiducia che viene meno. Così l’opposizione, che sostiene che tutto sta andando a rotoli ha comunque il suo peso. E la comunicazione, che amplifica queste valutazioni, aiuta a determinare quello sfascio che dice di voler evitare. Quando poi si mettono di mezzo anche le agenzie di rating il cerchio si chiude. Non è un caso se il presidente della Bce, Jean Claude Trichet, le ha definite giovedì scorso «piccoli oligopoli». E non è un caso se a livello europeo si parla sempre più spesso della creazione di una struttura tutta europea. È evidente che non possiamo stare appesi agli umori di chi, stando dall’altra parte dell’oceano, pontifica innescando talvolta meccanismi perversi, mentre altre volte, come sul caso Parmalat, vende per buone e affidabili valutazioni che non lo sono affatto.
Ieri a Piazza Affari è stato “profondo rosso”, tanto da rendere necessario un monitoraggio continuo da parte della Consob. Tra i titoli più in sofferenza quelli degli istituti di credito, dopo che Standard & Poor’s ha messo nel mirino quattro banche italiane (Intesa, Mediobanca, Bnl e Findomestic) e Moody’s ben sedici. Eppure, per tutti gli anni della crisi, abbiamo sempre detto che erano solide. È cambiato qualcosa? No. Per Draghi supereranno senz’altro gli stress test Ue. Non c’è dubbio che alcuni analisti e anche certi mezzi di comunicazione godono oggi di un’autorevolezza che non meritano.