A Piazza Affari il segno “più” (e ora di chi è il merito?)

La Borsa di Milano, ieri, in apertura ha guadagnato lo 0.52% e poi è salita fino a due punti, trainata dai titoli bancari. È stata la migliore performance tra le principali borse europee. In ventiquattr’ore, dunque, si è ribaltata la situazione che aveva fatto gridare alla bocciatura della manovra da parte dei mercati. Si continuano a temere le speculazioni, ma almeno le polemiche sulle “responsabilità” del provvedimento si possono archiviare. Restano invece aperte quelle sui ticket, con nuovi fronti di resistenza.

Diffidate delle illazioni
Quando le Borse europee hanno chiuso la situazione era questa: Milano +1.92%, seconda solo a Stoccolma a +1.95%, Zurigo e Parigi a +1.21% e ultima Londra a +0.65%. Per chiarire quanto siano stati avventati alcuni giudizi sul lunedì nero basterebbero i numeri. Ma anche una voce per altri versi critica verso la manovra, come quella di Luca Cordero di Montezemolo, ieri invitava a diffidare della relazione creata tra il crollo di Piazza Affari e il varo del provvedimento. Di fatto, la liquidava come un’illazione. «Nessuno – ha ricordato il presidente della Ferrari – ha la controprova. Pensate se non fosse stata fatta la manovra quale sarebbe stata la reazione dei mercati. Credo invece che sia molto importante che l’Europa metta un argine alle speculazioni e al ruolo e all’importanza delle agenzie di rating».

Gli appelli alla coesione
«Dopo la manovra – ha poi aggiunto Montezemolo – spero che si inserisca una grande coesione sulle cose da fare per la crescita». Si tratta in sostanza dello stesso appello lanciato dal capo dello Stato Giorgio Napolitano e ripreso anche dalla maggioranza. «Mai come in questo momento – ha detto ieri il coordinatore del Pdl, Sandro Bondi – sarebbe utile per l’Italia che maggioranza e opposizione discutessero e concordassero di realizzare di comune accordo un vasto e vigoroso piano di privatizzazioni di aziende e beni dello Stato». Bondi, quindi, ha chiarito che non sarebbe solo un segnale ai mercati, ma anche un modo per «aggredire alla radice il fenomeno endemico della corruzione, che è legato all’intreccio perverso tra Stato ed economia». Peccato che dall’altra parte, nel corso della direzione nazionale del Pd, Pier Luigi Bersani rispondesse indirettamente dicendo che «la strada maestra è il voto».

Vertenze contro i ticket?
Risolto l’equivoco sui mercati, resta aperto il problema dei ticket. E ora ci si mettono anche i sindacati. «La Cisl si mobiliterà in tutte le regioni perché le strutture sindacali chiedano tavoli di verifica immediati con i presidenti delle Regioni», ha detto Raffaele Bonanni annunciando «vertenze sindacali». Il fatto è, però, che le Regioni già per conto loro hanno ben chiari i problemi da affrontare. «Per i ticket vedremo, stiamo studiando, la fabbrica dei soldi purtroppo non esiste», ha detto ieri il governatore del Piemonte, Roberto Cota, che ha ricordato che dicendo no si rischia di dover tagliare altri servizi. In Piemonte, per altro, già esiste un ticket di 25 euro al pronto soccorso per i codici bianchi, con esenzioni per i bambini fino a 10 anni e gli anziani over 65 con un reddito inferiore a 36mila euro.

Ma le Regioni ci fanno i conti
Una posizione simile è stata espressa da Roberto Formigoni, che pure si è detto «assolutamente contrario ai ticket». Ci sono però due problemi di non poco conto che il governatore lombardo ha evidenziato. Il primo è lo stesso di Cota: i soldi. In Lombardia servirebbero «una sessantina di milioni». Il secondo, la legittimità del provvedimento. «Costituzionale era e costituzionale resta», ha ammesso Formigoni, ricordando che quando i ticket furono introdotti da Prodi lui presentò ricorso alla Consulta e lo perse. Per questo, ha chiarito, per coprire la spesa i governatori non possono stornare altri fondi, pena il rischio di essere accusati di danno erariale. E per l’Emilia Romagna che conferma il congelamento della misura (ma anche lì già si paga), la Liguria dell’ex ministro prodiano Claudio Burlando non esclude di estenderla anche ai codici verdi. Si prende ancora tempo, poi, in Sicilia, Campania e Toscana.

Il caso (chiuso) Alitalia
Infine, ieri, intorno alla manovra si è registrato un effetto collaterale inatteso: le dimissioni del commissario di Alitalia, Augusto Fantozzi, che s’è sentito commissariato. In particolare, a provocarne la reazione è stata la norma per cui nelle aziende «nelle quali sia avvenuta la dismissione dei compendi aziendali e che si trovino nella fase di liquidazione», il commissario unico viene sostituito da un collegio di tre commissari. Fantozzi «ha ritenuto che sia venuta meno la fiducia del governo», si leggeva nel comunicato delle dimissioni. Palazzo Chigi ne ha preso atto, si è detto profondamente rammaricato, ma «la norma – ha precisato – non concerne specificamente il caso Alitalia».