Tav: è la sinistra dei ricatti e dei vecchi linguaggi

Ossessionati dall’onda. Anche nel giorno della calma apparente in Val di Susa, una parte consistente della sinistra e le frange dell’antipolitica cercano di cavalcare la protesta. E tornano i vecchi linguaggi, «faremo una nuova resistenza», «ci siamo trovati di fronte a un’operazione criminale», «siamo tutti valsusini». In prima fila ci sono i grillini, poi i post-comunisti (a partire da Nichi Vendola) con cui il Pd – a livello nazionale – sta cercando di gestire una fase di transizione per poi arrivare a un’intesa elettorale. Di contro, ci sono gli stessi “democratici” che prendono le distanze dalle azioni violente ma cercano una ricucitura per non lasciare la protesta nelle mani di altri movimenti. Una situazione contraddittoria, sembra quasi una partita a scacchi giocata in modo avventuroso proprio nel momento in cui la posta in gioco è notevole, perché l’Alta velocità è fondamentale e dal fronte del “no” arriva una battaglia di retroguardia.
Per adesso i lavori nel cantiere procedono senza intoppi. Ma la protesta rischia di riesplodere da un momento all’altro. Iniziative sono state infatti annunciate per i prossimi giorni e, in serata, si è svolta una fiaccolata mentre alcune decine di contestatori hanno presidiato per tutta la giornata lo snodo vicino alla centrale idroelettrica, uno dei tre punti da dove lunedì è partito il blitz delle forze dell’ordine per sgomberare l’area. Una manifestazione nazionale, infine, è prevista per sabato tra Susa e Chiomonte.
E qui sta il nocciolo della questione: non si può cedere ai ricatti della piazza. I governi seri non accettano a priori il veto dei manifestanti, specie quando la protesta si rivela solo la difesa dell’egoismo locale. Un discorso di fondo che vale per la destra e per la sinistra. Non a caso, a suo tempo, Romano Prodi e i suoi presero le distanze dai contestatori “no Tav”. Le posizioni intermedie, come quella fin troppo tiepida di Piero Fassino (che ha tentato in ogni modo di restare il più possibile dietro le quinte) portano conseguenze negative: una città come Torino ha estremamente bisogno dell’Alta velocità, perché altrimenti rischia di rimanere tagliata dalle grandi direttici di traffico europeo.
Tra l’altro, questi anni di tira e molla hanno messo l’Italia in cattiva luce nei confronti della Ue e, senza un ritrovato protagonismo, rischiamo di perdere i contributi di Bruxelles per la realizzazione dell’opera. Aprire il cantiere della Maddalena, infatti, è sicuramente necessario ma potrebbe rivelarsi non sufficiente per far arrivare i fondi. La Commissione è stata chiara: entro il 30 giugno (domani) Italia e Francia mostrino «una volontà politica chiara» di procedere nella realizzazione della Torino-Lione con il rispetto delle tre condizioni già indicate, e cioè l’avvio dei lavori del tunnel della Maddalena, l’approvazione del progetto preliminare e il nuovo accordo tra i due Paesi. E gli italiani che ne pensano? Dal consueto sondaggio di Sky, che non ha valore scientifico ma è sicuramente indicativo per capire che aria tira, emerge che il 66 per cento della popolazione pensa che sia giusto anche l’uso della forza per permettere l’avvio dei lavori per la Tav. In caso contrario l’egoismo di pochi avrebbe il sopravvento sugli interessi di tutti.
Ma c’è sempre in ballo la politica dell’egoismo e della strategia elettorale. Ieri mattina il sindaco della cittadina teatro degli scontri, Renzo Pinard, era furibondo: «Sono stufo – ha detto – dei proclami da qualunque parte arrivino. I politici alzino il c… e vengano in Valle di Susa a vedere dove è la Tav, dov’è la Valle di Susa, dove sono i problemi». Il riferimento era al tira e molla di dichiarazioni per cui, all’interno del centrosinistra, ad esempio, da una parte ci si schiera a fianco dei manifestanti e dall’altra si dichiara che la Tav è un’opera di cui non si può fare a meno. E Pier Luigi Bersani? Sollecita il dialogo in zona, ma sostiene che «l’opera non si può fermare». Un po’ qua e un po’ là. Come se il governo non avesse già avviato da tempo tavoli di consultazioni con la gente del luogo e le autorità. «Abbiamo ascoltato tutti – aveva affermato a caldo Silvio Berlusocni – ma non possiamo più perdere tempo». Perché un governo serio non si fa condizionare né ricattare dalla piazza fuori controllo.