Si riparte dalle tasse: il tavolo degli esperti studia…

Per alcuni analisti è il ritorno allo spirito dei tempi migliori, quello del “Meno tasse per tutti” che aveva portato consensi diventando un tormentone. Per altri è una correzione dell’attività di governo alla luce dei risultati elettorali. Per altri ancora è un annuncio che si inquadra nella ragnatela dei rapporti interni, in particolare con Giulio Tremonti. Al di là delle interpretazioni e dei retroscena che riempiono le pagine dei quotidiani, il dato è che il centrodestra riparte proprio dalle tasse: la riforma fiscale è all’ordine del giorno della maggioranza e al ministero dell’Economia sono già al lavoro quattro tavoli. Per quello che era già un cantiere aperto l’agenda è cambiata e l’imperativo è di accelerare i tempi.
Tremonti – ha detto martedì scorso il presidente del Consiglio – non sarà un problema, perché «non sarà lui a decidere». Una battuta che sgombra subito il campo alla questione politica. Adesso si tratta di vedere come sarà possibile tradurre decisioni che ormai vengono date per probabili in un fatto concreto. I nodi vengono finalmente al pettine e si torna alle origini. Il programma di inizio legislatura del governo Berlusconi faceva dei tagli fiscali, dell’abbattimento dell’evasione, della semplificazione e della riduzione delle iniquità del nostro modello impositivo un vero e proprio spartiacque rispetto alla concezione vecchio stampo del centrosinistra, considerato il vessillifero dell’imposizione fiscale. Poi, però, il programma è stato molto rallentato. «Non avete fatto nulla», «avete imbrogliato gli elettori», sono le parole di Pierluigi Bersani, Di Pietro e Vendola, che sembrano recitare un perenne copione propagandistico. Così non è. Intanto perché non è vero che non si sia fatto nulla: basti pensare all’abolizione dell’Ici sulla prima casa, oggi contestata dalle opposizioni che accusano il governo di aver sottratto in questo modo cospicui fondi ai Comuni. Poi ci sono stati vari provvedimenti a sostegno delle imprese e dell’attività produttiva, tra cui la detassazione del salario di produttività che ha fatto seguito all’intesa sottoscritta da organizzazioni sindacali e Confindustria.
Il fisco è già «meno ostile» rispetto a qualche anno fa quando, con Vincenzo Visco a via XX Settembre e Romano Prodi a Palazzo Chigi, ogni lavoratore autonomo era considerato alla stregua di un evasore da perseguire, assieme a ogni padrone di casa, soprattutto se di un appartamento affittato a studenti. Per questi ultimi, in particolare, è stata adottata la cedolare secca che si spera dia buoni frutti. Le novità vere, però, non sono arrivate e le due aliquote di cui si è favoleggiato per molto tempo sono rimaste nel cassetto. Il problema non si è potuto nemmeno affrontare perché, a causa della crisi economica internazionale,  mancavano i fondi e rischiavamo di fare la fine della Grecia. Oggi la situazione è diversa. E lo è per due ordini di motivi. Il primo è che con il federalismo fiscale si stanno restituendo ai Comuni le risorse perdute con l’abolizione dell’Ici; il secondo che la ripresa in atto, sia pure a ritmi molto lenti, da una parte crea aspettative di aumento del gettito e dall’altra rende necessaria e urgente la disponibilità di risorse da impiegare sul fronte dello sviluppo e dare all’economica produttiva quella famosa scossa di cui si parla ormai da diversi mesi.
«Tremonti dovrà aprire i cordoni della borsa», ha detto martedì Berlusconi, lasciando intendere che al ministro dell’Economia sarà richiesto soltanto un apporto tecnico, nel senso che dovrà portare il proprio contributo alla riforma ma non avrà la possibilità di impedirne il varo, com’è successo finora, battendo i pugni sul tavolo e barattando il tutto con la necessità di non sforare il debito e mantenere in ordine i conti pubblici. Intanto si comincia mettendo un po’ di ordine nel campo delle riscossioni coattive rispetto a chi, per difficoltà economiche temporanee, è moroso con Equitalia. Una risoluzione bipartisan, approvata dalla commissione Finanze della Camera, ha detto stop alle cosiddette «ganasce fiscali», introducendo elementi di maggiore flessibilità nelle procedure, e chiede di togliere a Equitalia la riscossione delle multe riportandole in capo ai Comuni. Le novità potrebbero arrivare con il decreto sviluppo ma, intanto, Giuseppe Bortolussi, segretario della Cgia di Mestre ha potuto parlare di «buonsenso che prevale». Il gettito, però, cala. Nel 2010, vigente la normativa, sono stati incassati 8,8 miliardi di euro, mentre nel 2005 non si erano superati i 3,8 miliardi. Si scaldano i motori anche per il varo della manovra da 40 miliardi che dovrà prevedere al pareggio di bilancio nel 2014. Poi ci sono le famiglie da sostenere, le tasse sui salari da abbassare, il costo del lavoro da ridurre, gli investimenti da favorire, la capacità di spesa da incentivare e forse la necessità di spostare la tassazione dal reddito ai consumi, ma senza scoraggiare gli acquisti. Confcommercio, infatti, dà lo stop senza tanti complimenti alle voci che parlano di un inasprimento dell’Iva. Così si frenerebbero gli acquisti e si finirebbe per deprimere ulteriormente la crescita. Ci sono, secondo il ministro Saverio Romano, «alcune cose che possono essere aggiustate senza allargare necessariamente i cordoni della borsa. Per il piano per il Sud, ad esempio, i soldi sono già stanziati. Bisogna solo trovare il modo di accelerare le procedure per la spesa».