Se 65mila deprecarizzati vi sembrano pochi…

Sessantacinquemila è un numero che, già dalla parola, sembra avere un suo peso. Sessantacinquemila: suona importante e decisivo. Sessantacinquemila è appunto il numero dei lavoratori del settore scolastico in via di deprecarizzazione grazie al decreto sviluppo appena varato dal governo. Il che non risolve le complesse problematiche sociali di questa fase complicata dell’economia globale. Ma, se permettete, è sempre meglio – molto, molto meglio – che niente, no? Devono averla pensata diversamente i Cobas e le organizzazioni sindacali di base della scuola che ieri hanno messo a ferro e fuoco Roma per protestare contro il precariato. Davanti a Montecitorio. Ovvero di fronte al luogo in cui qualche ora prima si era decisa, sostanzialmente, la regolarizzazione lavorativa di un intero settore chiave della società italiana. Decisamente, c’è qualcosa che non va.

Assalto alla Camera
Prima di tutto i fatti: tutto è accaduto ieri mattina, davanti a Montecitorio, dove Usb, Cobas e precari di scuola e università che da giorni manifestano davanti alla Camera si sono scontrati con le forze dell’ordine. Grida, tafferugli, uova, bombe carta: il solito contorno di una giornata di ordinaria follia. I manifestanti si sono poi mossi verso largo Argentina e hanno percorso corso Vittorio Emanuele verso il Lungotevere. Inevitabile la ricaduta sul traffico della capitale, che è ben presto andato in titlt. I sindacati hanno poi inscenato una protesta anche nei pressi del Senato. Dopo essere passati sotto il ministero della Pubblica amministrazione in corso Vittorio, sono risaliti verso Palazzo Madama percorrendo via del Teatro Valle. Sono poi sono stati bloccati da uno sbarramento della polizia a piazza Sant’Eustachio. «I precari – ha spiegato una nota dell’Usb – non ci stanno più a fare i comprimari, le vittime sacrificali destinate a pagare i costi della crisi. D’ora in poi saranno protagonisti e vorranno delle risposte concrete ad un problema, quello della precarietà, che nessun governo può pensare di eludere senza costi sociali altissimi». Gli strali non sono rivolti solo al governo ma anche nei confronti di sindacati e partiti che, pur solidarizzando con i precari, sostengono una sorta di «flessibilità buona»: «Oggi – hanno affermato i Cobas – possiamo dire con ragionevole certezza che la flessibilità è sinonimo di precarietà e che l’unica strada percorribile è quella della cancellazione del pacchetto Treu e della legge 30 e di un nuovo processo di stabilizzazione. Altre vie sono esclusivamente un modo come un altro per prendere in giro i lavoratori precari».

Chi sono questi “precari”?
Facile, a questo punto, sintetizzare brutalmente: i precari criticano il governo, la polizia bastona i precari. Eppure, a ben vedere, le cose non stanno esattamente così. Ad esempio a causa della stringente e inappellabile logica dei numeri: le cronache parlano di 150 manifestanti. Ovvero un gruppo sparuto, isolato, che rappresenta solo se stesso. Schegge ideologizzate, quindi. Senza bisogno di darsi alle generalizzazioni sui “precari in piazza”, sic et simpliciter. È in effetti una cattiva abitudine del mondo dell’informazione quella di cedere alla tentazione fraudolenta della sineddoche, di scambiare, cioè, la parte (talora persino la particina…) per il tutto. E così 150 precari diventano “i precari”. Da notare, peraltro, che i manifestanti di ieri hanno ripreso la curiosa abitudine di scendere in piazza con dei libri feticcio da scagliare contro “il Palazzo”, sempre però attingendo a riferimenti culturali “sulfurei” e poco in linea con le idee dominanti nella piazza che li agita. Avevamo già visto, in effetti, gli studenti scendere in piazza agitando Céline e il suo Viaggio al termine della notte. Interrogati dai cronisti, avevano fatto capire di non sapere granché dell’autore maledetto che avevano portato in strada. Ieri, invece, i manifestanti hanno letteralmente lanciato libri contro la Camera. E se Il ventre di Parigi di Zola attinge indiscutibilmente a un’immaginario di denuncia sociale, I miti di Cthulhu di quel vecchio reazionario di H.P. Lovecraft sembra una scelra (per loro) assai più discutibile. Tra gli autori usati in questa curiosa intifada culturale anche quel Jack Kerouac, già feroce anticomunista, che se fosse vissuto fino ad oggi avrebbe probabilmente replicato contro Cobas e Ubs lo scherzo con cui beffò a suo tempo gli hippy, portati a loro insaputa ad applaudire convintamente un discorso di Adolf Hitler senza conoscerne l’autore.

I numeri contro la propaganda
Note di colore a parte, rimane la stranezza di un governo contestato sulla questione del precariato proprio a poche ore dal varo di un provvedimento che regolarizzerà – esattamente nel settore della scuola – un’enormità di lavoratori precari. E qui torniamo al discorso iniziale e a quei famosi 65mila precari che da qui ai prossimi tre anni troveranno uno sbocco lavorativo ben più solido.  «Il numero di 65mila lavoratori deprecarizzati grazie al dl sviluppo – spiega il deputato del Pdl Giuseppe Marinello – deriva da stime del ministero confermate anche dai sindacati. Il che significa assorbire l’intera area del precariato scolastico entro tre anni». E quelli che erano in piazza ieri, allora? «Probabilmente – spiega l’esponente della maggioranza – fanno parte di coloro che chiedono di essere iscritti alle graduatorie, che ora sono chiuse. Ma riaprire le graduatorie ora sarebbe folle: il dl sviluppo prosciugherà il bacino del precariato, non possiamo proprio ora ricominciare da capo in una sorta di meccanismo folle».

Quel lapsus del Parlamento…
Ma c’è un’altra bizzarria in tutta questa vicenda. Le proteste dei manifestanti di ieri, infatti, hanno preso di mira il Parlamento. Prima la Camera e poi il Senato. Sorvoliamo pure sul fatto che tutte le istituzioni sono sacre e intoccabili ma qualcuna, evidentemente, lo è meno delle altre. Resta il fatto che proprio il Parlamento, appena pochi giorni fa, aveva proposto un maxiemendamento al decreto sviluppo poi cestinato dietro imbeccata del Quirinale. E, incredibile a dirsi, in quella norma si parlava esattamente della situazione di quei precari ieri scesi in piazza. Che, pure, non sono andati certo al Colle a far sentire la loro voce, preferendo prendersela con quell’aula che aveva visto cassato un emendamento che poensava proprio a loro. Beninteso, l’abrogazione di quella parte del decreto non era casuale e rientrava esattamente nel quadro sopra delineato di non ricominciare da capo il meccanismo infernale dell’immissione su piazza di sempre nuovi precari da regolarizzare. Una norma contraddittoria e poco razionale, insomma. Giustamente stralciata dal testo. Resta tuttavia il fatto che i manifestanti di ieri sono scesi in piazza contro chi l’aveva (sia pur per un errore) proposta e non contro chi (sia pur saggiamente) aveva suggerito di abrogarla. Due pesi e due misure. Nulla di nuovo.